Edizioni di storia studi sociali 

 

 

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1 ottobre 2017

L'arte rupestre preistorica in


 Sicilia

L’arte rupestre preistorica è un linguaggio senza tempo fatto di immagini e segni, talvolta incise altre volte dipinte sulla roccia, che ritroviamo in ogni parte del mondo. In Sicilia l’uomo preistorico, sin dal lontano Paleolitico Superiore già a partire da circa dodici mila anni or sono, realizzò sulle pareti delle grotte alcuni capolavori d’arte, come la celebre scena nella Grotta dell’Addaura, presso Palermo, dove uomini e donne sono intenti a compiere un acrobatico rituale, del quale forse mai si comprenderà la reale essenza; o le figure di animali nella Grotta del Genovese dell’isola di Levanzo, che costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della fauna siciliana sul finire del Pleistocene. Più enigmatici sono invece i segni dipinti sulle pareti della Grotta dei Cavalli, presso San Vito lo Capo, quasi un preludio dell’arte astratta dei nostri tempi, o le migliaia di incisioni lineari presenti in decine di grotte e anfratti, per le quali l’estrema essenzialità del segno scolpito nella roccia nasconde ancora gelosamente il messaggio in esse contenuto. Sarà proprio dalla scoperta, per la prima volta in Italia, di alcuni segni lineari incisi in una grotta non lontana da Palermo che ha avrà inizio, nel 1960, la lunga avventura scientifica di Giovanni Mannino, già pioniere della speleologia siciliana.

L’Autore, attraverso le pagine di questo libro, che rappresentano un catalogo pressoché completo dell’arte rupestre preistorica siciliana, ci racconta così oltre mezzo secolo di studi, non limitandosi però alla sola descrizione dei dati, ma esplorando anche il lato umano della ricerca, i fatti, le circostanze ei protagonisti di ogni scoperta, attraverso un racconto che travalica il mero dato scientifico, divenendo la narrazione di una storia, ancora poco conosciuta, che ha come protagonista la Sicilia e la sua millenaria cultura.

 

Giovanni Mannino, studioso di archeologia e speleologo. Fondatore dell’Associazione Catasto Speleologico Siciliano, ha esplorato oltre 700 grotte in Sicilia e in Italia. Dal 1952 al 1966 è stato fotografo presso la Soprintendenza alle Gallerie per la Sicilia e fra il 1966 e il 1991, per conto della Soprintendenza Archeologica di Palermo, si è occupato di ricerche e scavi, soprattutto in grotte e necropoli preistoriche nelle province di Palermo e Trapani. Ha pubblicato decine di articoli di speleologia e di archeologia siciliana, con particolare attenzione all’arte rupestre dell’Isola, oltre a numerose monografie quali Le grotte di Monte Pellegrino (1985), Guida alla preistoria del palermitano (2007), La carta archeologica di Favignana (2017). Inoltre, è coautore insieme a C.A. Di Stefano della Carta Archeologica della Sicilia. Carta d’Italia F° 249 (1983), con F. Spatafora del volume Mokarta. La necropoli di Cresta di Gallo (1995) e con V. Ailara della Carta Archeologica di Ustica (2016).

 

Antonino Filippi, laureato in Archeologia presso l’Università di Palermo, ha condotto studi e ricerche archeologiche sulla topografia antica e la preistoria del territorio trapanese, collaborando con la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Trapani, con il Museo Regionale «A. Pepoli» di Trapani e con il Museo Regionale Archeologico di Marsala. È stato fondatore del Gruppo Archeologico Drepanon, associazione con la quale ha ideato e realizzato progetti di ricerca archeologica e di divulgazione scientifica. È autore di numerosi articoli e studi di storia e archeologia siciliana e di alcune monografie fra le quali, Un antico porto nel Mediterraneo. Archeologia e storia di Trapani dall’età arcaica a quella bizantina (2005), Preistoria e protostoria trapanese (2014) e I danzatori dell’Addaura. Le radici preistoriche della religiosità in Sicilia (2015).


Giovanni Mannino, L'arte rupestre preistorica in Sicilia, a cura di Antonino Filippi, pp. 304, 165 figure b/n, euro 20,00.

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5 settembre 2017

Un viaggio nella Grecia antica, 


tra storia e mito

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Ancora un viaggio in forma di dialogo, in cui l’approccio storiografico alle fonti scritte e quello dell’investigazione archeologica, che dà voce ai resti materiali del passato, appaiono strettamente connessi, fino quasi a fondersi, seguendo piste anche inconsuete. Si tratta del Viaggio nella Grecia antica da Oriente a Occidente di Carlo Ruta e Sebastiano Tusa: un libro agile ed essenziale, arricchito da oltre ottanta immagini in bianco e nero, appena uscito per le Edizioni di storia e studi sociali. Un percorso, quello dei due studiosi, inaugurato già da un Viaggio tra Mediterraneo e storia e destinato a continuare, con ulteriori tappe, per illustrare aspetti e vicende del passato, soprattutto mediterraneo, che possano contribuire alla crescita della conoscenza diffusa e, in particolare, a trarre dalla storia lezioni utili per l’oggi.

In questo viaggio-dialogo vengono scandagliati momenti emblematici del mondo greco, seguendo alcuni percorsi-chiave, a partire dagli scambi materiali e immateriali dell’Ellade con altri paesi. L’attenzione degli autori è attratta, in particolare, dai contagi culturali, artistici, tecnici e scientifici che in qualche modo hanno aiutato l’uomo greco a edificare, lungo tutto il perimetro del Mediterraneo, i modelli di civiltà che avrebbero innervato la storia dell’Occidente. Europa e Asia non vengono rappresentate perciò come mondi verticalmente divisi e antagonisti per definizione, ma come due continenti vicini e comunicanti: certamente divisi da conflitti temporanei, anche devastanti, ma legati, in profondità, da relazioni e tradizioni millenarie. E con questo atteggiamento viene perlustrato il mito greco, che, come spiegano Ruta e Tusa, non manca di relazioni con le teogonie orientali, elaborate tuttavia dall’Ellade con estro e originalità. I miti di Europa, di Ade e Persefone, delle Dee Madri e dei mostri che opprimono la terra, contro cui insorgono eroi come Ercole, Teseo, Giasone, Ulisse e tutti gli altri, appaiono al riguardo molto istruttivi.

Gli autori arrivano infine allo snodo della decadenza delle poleis greche, focalizzando lo stato di sofferenza, lenta e irreversibile, della democrazia ateniese, che in apertura del IV secolo a.C. arriva a deliberare addirittura, con il voto dell’assemblea popolare, l’assassinio di Socrate, uno dei più grandi pensatori del mondo antico. E anche se non dichiarato, si avverte in questo passaggio un richiamo all’oggi, ai pericoli che incombono sul nostro tempo. L’esito complessivo è allora quello di un reportage storico, che intende suggerire percorsi utili, di «autocoscienza» se si vuole, per riflettere sulle proprie origini e sul presente.

 

Carlo Ruta, Sebastiano Tusa, Viaggio nella Grecia antica da Oriente a Occidente, Edizioni di storia e studi sociali, pp. 160, euro 14,00.

2 luglio 2017

Il cavallo di Troia esce dal mito


 

 

Un mito millenario, il celeberrimo cavallo che avrebbe consentito agli Achei di espugnare la città di Troia, viene messo in discussione e reinterpretato grazie ad un lavoro complesso che, corroborato da una sicura metodologia scientifica, analizza fonti antiche e recenti. In questo libro, attraverso l’adozione degli strumenti metodologici propri della scienza archeologica moderna, Tiboni supera definitivamente i dubbi avanzati da diversi autori antichi e contemporanei, elaborando un nuovo paradigma interpretativo.

Il saggio dello studioso italiano analizza l’episodio conclusivo della guerra di Troia, l’inganno del cavallo, esaminandolo da un punto di vista archeologico, storico e filologico, allo scopo di chiarire come una vicenda che per i contemporanei di Omero era estremamente chiara, possa nel tempo essere stata fraintesa e decontestualizzata. Grazie agli strumenti dell’archeologia navale, che si avvale di parole, immagini e relitti, l’autore giunge a proporre una precisa collocazione dell’episodio all’interno di un quadro tematico ben definito, quello appunto della dimensione navale del mondo mediterraneo pre-arcaico. La rilettura dei testi omerici, dell’epica antica e della letteratura scientifica alla luce di recenti scoperte gli permette di affermare che la vera natura dell’inganno acheo non solo esula dal celeberrimo simulacro, ormai entrato nella cultura occidentale, ma che la narrazione post-omerica dell’episodio ha a lungo mascherato un evento più oggettivo, credibile e aderente alla realtà storica. Omero non raccontò mai il prodigio di un intervento divino, ma celebrò l’astuzia di un popolo che, nella presa di Troia per mezzo di un hippos, una nave di origine fenicia, sanciva la propria capacità di muoversi abilmente nello scacchiere geopolitico del Mediterraneo pre-arcaico, dove la potenza navale ed il dominio sulle rotte marittime erano alla base della grandezza dei regni. La rotta di Tiboni passa da Omero a Virgilio, da Pausania ad Apollonio Rodio, tocca l’iconografia, i legni e la letteratura scientifica di oggi, facendoci compiere un viaggio affascinante che, affrontando le nebbie del dubbio, ci porterà a dipanare una matassa ingarbugliata da quasi tre millenni.

 

Francesco Tiboni. Laurea in Paletnologia presso l’Università di Milano con una tesi sull’iconografia navale di età nuragica. Dottorato di Ricerca presso il Centre Camille Jullian dell’Università di Aix en Provence incentrato sul tema della navigazione protostorica del Mediterraneo. Da oltre quindici anni lavora come archeologo subacqueo e navale, collaborando con diversi enti italiani ed esteri. È stato membro italiano della Commissione Scientifica Internazionale che ha ideato e finalizzato il progetto UNESCO Pile Dwelling Sites List; ha condotto e diretto sul campo buona parte delle operazioni di ricerca dei progetti Mibact Archeomar 1 ed Archeomar 2; ha diretto le operazioni di scavo e di studio della barca cucita di età romana di Cavanella d’Adige (VE), del relitto romano di Marausa (TP) e del relitto secentesco di San Nicolicchio a Taranto, sperimentando metodologie di smontaggio e recupero dei legni mai impiegate prima in ambiente subacqueo. È membro della Society for Nautical Research e dell’EAA, tutor NAS, correspondent del Mariner’s Mirror, presidente dell’Associazione ATENA CuMaNa. La sua produzione scientifica su temi archeologici, ed in particolare sull’archeologia e sull’iconografia navale, si muove tra decine di pubblicazioni in riviste scientifiche, volumi ed atti di congressi e la divulgazione al grande pubblico, attraverso la collaborazione con le testate SUB ed Archeologia Viva, oltre che con la trasmissione RAI Linea Blu.

 

Francesco Tiboni, La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare, Edizioni di storia e studi sociali, luglio 2017, pp. 144, 46 ill. b/n nel testo, euro 14,00

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1 giugno 2017


Mediterraneo e Islam.

 

Lrelazioni che hanno fatto la 


storia dell’Europa

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Oggi non si può fare a meno di porre attenzione ai difficili rapporti che corrono tra l’Islam e l’Occidente. È tempo di radicalismi che invocano lo scontro e di propagande che tendono a distorcere il senso delle cose, e in primo luogo la storia. Sembra che si sia perso il bandolo della comprensione, mentre il senso comune appare sempre più oltraggiato. Sullo sfondo di questi problemi, Il Mediterraneo oltre il jihad e le crociate di Carlo Ruta nasce con uno scopo particolare: quello di indagare la storia di una sinergia profonda che segna, malgrado tutto, il fondamento del rapporto tra l’Europa e il mondo arabo-islamico, oggi, spesso, del tutto travisato. Ne esce un libro volutamente breve con un linguaggio accessibile anche alle nuovissime generazioni, che punta a raccontare un rapporto ricco di sfaccettature, sullo sfondo di un Mediterraneo che prima di essere luogo di conflitti è stato, storicamente, area di contatto di popoli e saperi.

Nelle pagine di questo libro si dipana, in particolare, una lettura della storia che ritrova degli assi fondamentali nel tempo lungo delle relazioni e delle contaminazioni. Viene quindi sottolineato, con estrema chiarezza appunto, un ampio orizzonte di esperienze che hanno dimostrato di poter resistere, nei grandi tragitti, al trauma delle inimicizie e dei conflitti tra i popoli. Numerose vicende aperte ed esemplari, che tendono a scomparire nella percezione del passato, possono assumere in definitiva un rilievo non indifferente in scenari materiali e di senso più articolati, in cui lo scontro non riesce a impedire il cammino del dialogo interetnico e interculturale. Un «breviario» di storia insomma, che, attraverso l’agile struttura del pamphlet e una cospicua rassegna iconografica,cerca di fornire risposte utili e comprensibili alle domande di conoscenza sulle questioni difficili che attraversano il presente.

 


 


Carlo Ruta, Il Mediterraneo oltre il jihad e le crociate, Edizioni di storia e studi sociali, giugno 2017, pp. 128, ill. b/n nel testo.

Roma e il Mediterraneo. Viaggi e


 vita tra antichità e Medioevo

 


15 maggio 2017


Roma e il Mediterraneo: un rapporto complesso, che evoca conflitti egemonici, migrazioni, incursioni predatorie, rivolgimenti religiosi. Nell’orizzonte geopolitico del Mare nostrum, dai tempi pagani ai secoli della Chiesa, la città eterna cambia pelle e ridefinisce i propri ruoli, con discontinuità sovente traumatiche, mentre insiste a rivendicare la propria universalità. Anche quando si riduce a una città di piccole dimensioni, come avviene tra il IX e il X secolo, Roma rimane Caput mundi, per il suo passato di potenza e il suo presente di capitale della cattolicità. Nel corso della sua lunga storia essa non smette inoltre di rispecchiarsi e di ritrovarsi nelle acque, nei tòpoi e nei miti del suo fiume, il Tevere, mentre rinviene brani significativi della propria identità nel suo antico porto di Ostia, nei commerci, nelle navigazioni d’altura, nelle sue difese costiere. In questo orizzonte, materiale e immateriale, erompe allora un mondo di relazioni, in cui approdano religioni, convengono pensatori pagani e cristiani, si stanziano eserciti e predoni, villeggiano papi e si sedimentano miti.

In questo lavoro, curato e introdotto da Sebastiano Tusa, quattro studiosi, offrono alcuni scorci emblematici di questa lunga vicenda, da prospettive diverse ma tutte affascinanti.

 

Pino Blasone, Ettore Janulardo, Mario Marazzi, Claudio Mocchegiani Carpano, Roma e il Mare. Viaggi e ambienti mediterranei dall’antichità al Medioevo, A cura di Sebastiano Tusa, pp. 144, ill. b/n nel testo, euro 14,00.

 

 

 

 

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Marzo 2017

Le città dei Greci in Sicilia

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A partire dalla seconda metà dell’ottavo secolo a.C., gruppi di individui provenienti da diverse aree della Grecia (Calcide d’Eubea, Corinto, Megara Nisea, Creta, Rodi) lasciano le loro sedi e si stabiliscono lungo le coste della Sicilia dando vita a un profondo processo storico, denominato con termine moderno colonizzazione, destinato a lasciare un profondo segno nella storia economica e sociale dell’Isola. I coloni greci scelsero per le loro fondazioni dei siti, in alcuni casi ancora oggi occupati da fiorenti centri abitati come Messina, Catania, Siracusa, Gela e Agrigento, che per la loro ubicazione sul mare, presso dei corsi d’acqua e nelle immediate vicinanze di pianure coltivabili offrivano delle condizioni ideali per lo sviluppo dell’abitato.

Nel volume sono raccolte e analizzate le testimonianze letterarie e soprattutto archeologiche relative ad ognuna delle città fondate dai Greci in Sicilia, in un arco temporale che va dalle prime fondazioni, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. alle fondazioni di epoca storica volute dai tiranni siracusani, fino alla Seconda Guerra Punica (fine del III secolo a.C.) che sancì l’occupazione romana dell’intera isola e, con essa, la fine della storia delle città greche come comunità autonome e indipendenti.

L’intento dell’Autore è quello di fornire un profilo agile e sintetico delle vicende storiche attraversate dalle città greche di Sicilia nel corso di cinque secoli e di delineare i principali aspetti topografici, monumentali e artistici di ognuna di esse.

 

Città dei Greci in Sicilia. Dalla fondazione alla conquista romana, marzo 2017, pp. 256, con numerose ill. b/n nel testo. Euro 18,00.


Gennaio 2017

Ruta e Tusa in viaggio tra 


Mediterraneo e storia 

Un saggio a quattro mani, In viaggio tra Mediterraneo e storia, firmato da Carlo Ruta e Sebastiano Tusa. Attraverso una serie riflessioni incrociate su alcune vicende chiave del Mediterraneo, i due studiosi pongono in rilievo l’importanza fondamentale che quest’area della terra ha avuto nei processi di civilizzazione, nella formazione dei saperi e nella sedimentazione delle culture in senso lato. Ma spostano il loro obiettivo più avanti, cercando di identificare i modi in cui è passato, malgrado le tensioni, le polarizzazioni e gli scontri irriducibili che hanno fatto la storia di questo mare, il fil rouge della contaminazione, dell’interculturalità, del dialogo interetnico, dello scambio pacifico tra popoli e civiltà. Il viaggio proposto dagli autori finisce per offrire allora degli spunti di meditazione sul presente e in particolare sulle difficoltà che sempre più si addensano sull’Occidente e l’Europa.

Nella nota introduttiva, il significato dell’opera, che si presenta assai agile, è spiegato con queste parole: «Pensare il Mediterraneo, mare complesso e policentrico, diviso e a tratti radicalmente polarizzato, ma aperto a ogni tipo di scambio; accostarsi alla storia di questa “pianura liquida”, cercando di definirne l’ordito in evoluzione, le trame, le insidie, ma anche le virtuosità e gli slanci: questo il senso delle riflessioni qui proposte, lungo le vie di una vicenda che ha fortemente influenzato, a volte in maniera drammatica, le storie di tutti i continenti. Ne esce una tessitura a mosaico, in una forma atipica, quella del dialogo: la sola probabilmente che possa permettere di definire, senza aporie irrisolvibili, il Mediterraneo e le sue vicissitudini da prospettive che altrimenti sarebbero difficilmente amalgamabili. Tutto si apre allora ad una investigazione dicotomica: il viaggio per mare e il nostos, i commerci e la guerra, il bisogno materiale e le sfide della conoscenza, la vita e l’immaginario, il confronto e le contaminazioni tra civiltà, le luci resistenti dell’età di mezzo e il ventre molle della modernità. Un “viaggio”, in definitiva, attraverso le vicende di un mare antico, nei tempi della storia, a tratti buia e crepuscolare, a tratti aurorale e soleggiata, fino alla nostra contemporaneità, difficile, pensosa, disillusa.»

 


Carlo Ruta, Sebastiano Tusa, In viaggio tra Mediterraneo e storia, gennaio 2017, pp. 156, euro 14,00.

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Novembre 2016

Federico II e il suo tempo

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Federico II di Svevia: una figura di monarca complessa, che non ha mai smesso di alimentare discussioni, sin dal tempo in cui egli visse e dominò la scena dell’Impero romano-germanico, quando per i papi e i loro partigiani guelfi era la bestia dell’Apocalisse e l’anticristo mentre per altri era lo stupor mundi. Chi fu realmente? Un cristiano autentico o un laico e illuminista ante litteram? Un campione dell’interculturalità? Un anticipatore dello Stato moderno o un regnante del medioevo? Quale il peso effettivo che egli ebbe nella vicenda intellettuale del XIII secolo? Questi i quesiti cui, traendo spunto da un convegno tenutosi a Buccheri (SR) l’estate scorsa, rispondono Ferdinando Maurici, Ferdinando Raffaele, Carlo Ruta e Teresa Sardella, autori del libro Federico II e il suo tempo. Il Regnum e l’impero, il papato, le etnie, le culture, appena uscito in libreria per le Edizioni di Storia e Studi Sociali.

Teresa Sardella, docente universitaria di Storia medievale, esamina le radici storiche e giuridiche dell’impero federiciano e alla luce di questo excursus spiega le ragioni del lungo contenzioso politico che oppose il regnante svevo ai pontefici di Roma, nel duplice ruolo di imperatore e di signore feudale del Regnum Siciliae, che formalmente restava dominio dei papi. La studiosa fa il punto, in particolare, sui conflitti politici e militari che corsero, per vari decenni, tra Federico, che mirava a incorporare il Regnum nell’impero, e i pontefici Gregorio IX e Innocenzo IV, che richiamavano il monarca al rispetto dei patti, per mantenere il loro dominio sui loro «patrimoni» peninsulari e insulari.

A partire da una disamina sulla discussione storiografica di età contemporanea su Federico II, da Kantorowicz ad Abulafia, Carlo Ruta, saggista e studioso di storia del Mediterraneo, definisce le complessità, le ambivalenze e gli eclettismi che caratterizzarono la condotta dell’imperatore svevo. Ravvisando in tali elementi un rilievo paradigmatico, il saggista focalizza il rapporto difficile dell’imperatore con i pontefici di Roma, ma anche i contatti ondosi e ambivalenti con altre religioni e altri mondi culturali, densi di contaminazioni intellettuali e agevolati forse, in qualche misura, dal lungo tirocinio giovanile del monarca nella Palermo multietnica, capitale del Regnum.

Ferdinando Maurici, storico e archeologo medievalista, propone un esame a tutto campo della vicenda federiciana, da una serie antefatti di epoca normanna alla decadenza del disegno universalistico dell’imperatore svevo. L’autore intende porre nondimeno l’accento sui rapporti travagliati che Federico di Hohenstaufen ebbe con la Sicilia: dalla lunga guerra contro i musulmani in rivolta, che si concluse con lo sradicamento dell’Islam dall’isola e la deportazione dei superstiti a Lucera, alla rivolta di Messina e di altre città dopo la promulgazione delle Constitutiones Augustales di Melfi del 1231, che ridefinivano in maniera rigidamente centralistica l’ordinamento giuridico del Regnum Siciliae.

Delle politiche culturali di Federico II e, in particolare, della Scuola poetica siciliana, che con il sostegno dell’imperatore si espresse dagli anni trenta fino alla metà del secolo, argomenta infine Ferdinando Raffaele, filologo e storico di letterature romanze, ponendo in risalto i contenuti di questa lirica, incardinati soprattutto sull’amor cortese, a fronte di una maggiore varietà di temi proposta da quella provenzale. L’autore focalizza inoltre il problema delle fonti, dei testi dei poeti federiciani, che giungono in una certa misura tradotti e «toscanizzati»: cosa che rende ancora oggi difficile una esaustiva definizione morfologica e filologica del volgare illustre dei Siciliani.

 

Ferdinando Maurici, Ferdinando Raffaele, Carlo Ruta, Teresa Sardella, Federico II e il suo tempo. Il Regnum e l’Impero, il papato, le etnie, le culture, pp. 144, con 35 ill. b/n. Euro 14,00.

Ottobre 2016

Nomismata. Quattordici 


studi di numismatica antica

 Nomismata a cura di Lavinia Sole e Sebastiano Tusa raccoglie una serie di saggi offerti ad Aldina Cutroni Tusa per il suo novantatreesimo compleanno. Già docente di Numismatica antica presso l’Università degli Studi di Palermo, essa è una profonda conoscitrice delle monete antiche, al cui studio ha dedicato oltre sessant’anni di vita, pubblicando tra il 1955 ed oggi circa 200 contributi sull’argomento. Alla monetazione greca di Sicilia sono dedicati i lavori di Christoph Boehringer, che si occupa della genesi della principale opera scritta da Antonino Salinas, fondatore del medagliere del MuseoArcheologico di Palermo, di François de Callataÿ, che approfondisce l’origine de “l’admiration esthétique quasiuniverselle portée aux monnayages grecs de Sicile”, di Wolfgang Fischer Bossert e di Keith N. Rutter. Le emissioni di Selinunte costituiscono il tema principale degli articoli di Carmen Arnold Biucchi e di Nicola Franco Parise. All’hinterland della Sicilia, popolato da genti indigene e gruppi allogeni di naturamercenariale, si riferiscono invece i contributi di Renata Cantilena, che prende in esame le problematiche dei Tyrrhenoi e Sileraioi, di Suzanne Frey Kupper, che ritorna sul popolamento campano di Entella, e di Lavinia Sole, che affronta lo studio sui rinvenimenti monetali nei santuari indigeni dell’entroterra siciliano. Giovanni Gorini argomenta sulla presenza di monete di zecche siciliane nel territorio aquileiese, mentre alla numismatica della Sicilia punica è dedicato lo studio di Lorenza Ilia Manfredi. Chiudono il volume tre contributi sulla numismatica romana. Uno, a firma di Andrew M. Burnett e di Andrew McCabe, tratta il caso di un bronzo a leggenda ROMANO, un altro, di Maria Caccamo Caltabiano,riguarda il quadrigato aureo con tariffa XXX, mentre l’ultimo, offerto da Salvatore Garraffo, è uno studio sulle monete tardo imperiali e, in particolare, su un’emissione rinvenuta nel tesoro di Misurata.


Nomismata. Studi di numismatica antica, a cura di Lavinia Sole e Sebastiano Tusa, ottobre 2016, pp. 320, ill. b/n nel testo, euro 25,00.

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Luglio 2016


Nuova edizione del De Aetna di 


Pietro Bembo

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L’opera. Ritornato a Venezia dopo un lungo soggiorno a Messina, ove si era stabilito insieme all’amico e sodale di studi Angelo Gabriel per apprendere il greco alla scuola del noto maestro bizantino Costantino Lascaris, il giovane Pietro Bembo mette per iscritto il resoconto dell’unico episodio che aveva significativamente interrotto la sua intensissima routine di studio: un’escursione sull’Etna durante un’eruzione. Era stata un’occasione, per i tempi, straordinaria, che gli offre l’opportunità di dimostrare l’acquisita maturità letteraria. Vede così la luce il De Aetna, un breve trattato in forma di dialogo, in cui dibattono quali personaggi l’autore medesimo e il padre, Bernardo Bembo, insigne e raffinato esponente dell’oligarchia veneziana.

La stampa del De Aetna è affidata ad Aldo Manuzio, editore ancora agli esordi, ma destinato ad un folgorante successo. Per Aldo, oltretutto, si tratta della prima opera pubblicata in lingua latina, che si distingue per la raffinatezza del carattere tipografico e della mise en page.

Sul piano del racconto, il De Aetna costituisce un illuminante esempio del gusto dell’epoca, e si discosta sensibilmente dalle precedenti raffigurazioni letterarie del vulcano: per la prima volta è offerta una descrizione della sua attività eruttiva senza richiami al soprannaturale. Bembo poi raffigura la Sicilia secondo una peculiare prospettiva storica: essa è lo spazio geo-culturale nel quale per secoli ha prosperato, pervenendo a vette d’eccellenza, la civiltà dei greci. E tuttavia, affascinato da queste suggestioni, l’autore non sembra accorgersi né degli abitanti né della storia più recente dell’isola, che ai suoi occhi appare unicamente il regno della Natura e dell’Antico. Egli così precorre una visione della Sicilia che, con il suo carico di contraddizioni, sarà presente in molte narrazioni nei secoli successivi.

 

Pietro Bembo (1470-1547) ebbe una formazione umanistica e studiò il greco a Messina alla scuola di Costantino Lascaris. Ritornato a Venezia, collaborò con il grande editore Aldo Manuzio presso cui pubblicò il suo primo testo: una breve prosa latina intitolata De Aetna (1496). Nel 1501, sempre per Manuzio, curò un'edizione delle rime del Petrarca e una della Commedia dantesca (1502). Tra il 1497 e il 1499 fu alla corte ferrarese, dove approfondì gli studi filosofici. Nel 1505, presso Manuzio, stampò gli Asolani, dialoghi in tre libri in cui si alternano poesia e prose, che trattano dell'esperienza amorosa. Nel 1506 Bembo si trasferì da Venezia a Urbino, presso la corte dei Montefeltro, e abbracciò la carriera ecclesiastica. Al periodo urbinate, durato sei anni, appartengono le Stanze, 50 ottave di stile petrarchesco recitate a corte nel 1507. Nel 1512, a Roma, divenne segretario di Leone X. In quel periodo entrò in polemica con l'umanista Giovan Francesco Pico e scrisse il trattato De imitatione, in cui si sosteneva la necessità per la prosa di imitare Cicerone. Nel 1522 Bembo si stabilì a Padova, città in cui progettò e ultimò il trattato in tre libri Prose della volgar lingua (1525). Nel 1530 pubblicò le Rime. In quello stesso anno fu nominato storiografo e bibliotecario della Repubblica di Venezia, per la quale vergò una Historia veneta. Nel 1539 il papa Paolo III lo nominò cardinale. Raccolse le proprie lettere in un Epistolario, anch'esso pubblicato dopo la sua morte avvenuta a Roma.

 

Ferdinando Raffaele. Dottore di ricerca in Scienze letterarie e linguistiche e in Scienze politiche, storiche e filosofico-simboliche, ha conseguito l’abilitazione alla docenza universitaria, per il macrosettore di Letterature e Filologie Romanze e Mediolatina. Fa parte del gruppo di ricerca ARTESIA (Archivio Testuale del Siciliano Antico) come responsabile di redazione e condirettore della collana «Quaderni di Artesia», ora edita dal Centro di Studi filologici e linguistici siciliani. .

 

Pietro Bembo, De Aetna, a cura di Ferdinando Raffaele, Edizioni di Storia e Studi Sociali, Ragusa, settembre 2016, euro 12,00

luglio 2016

L'utopia del possibile di Occhetto

Firmando questo libro-conversazione, Achille Occhetto rompe un silenzio che durava da alcuni anni, spiegando tra l’altro qual è oggi, al cospetto della gravissima crisi economica, politica e morale che attraversa l’Italia, la sua concezione della sinistra e della democrazia. Dopo aver narrato le fasi che hanno determinato la fine dell’esperienza storica del Pci – di cui fu l’ultimo segretario generale – e il valore dell’eredità gramsciana, Occhetto  offre delle chiavi di lettura del degrado di oggi e suggerisce le linee di una nuova politica, sulle vie di un futuro sostenibile. Con una lucidità che gli viene dalla complessità della sua esperienza politica, che dagli anni post-resistenziali lo ha sollecitato ad un costante lavorio analitico all’insegna dell’eterodossia, della contaminazione e del cambiamento, egli traccia in particolare le linee di una utopia del possibile che guardi in avanti e che però sia in grado di recuperare un patrimonio inestimabile di politiche sociali, oggi largamente rimosso o inutilizzato.



Achille Occhetto. Dal 1963 al 1966 è stato segretario nazionale della Fgci e dal 1966 al 1969, divenuto componente dell’ufficio di segreteria del Partito comunista italiano, ha guidato la sezione centrale di Stampa e propaganda. Negli anni settanta si è trasferito in Sicilia, dove ha occupato la carica di segretario regionale del Pci. Il 21 giugno 1988, subentrando ad Alessandro Natta, è divenuto segretario generale del partito. Nel 1990 ha contribuito alla fondazione del Partito del socialismo europeo, di cui ha assunto la vicepresidenza. Dal febbraio 1991 al giugno 1994 è stato segretario nazionale del Partito democratico della sinistra. Parlamentare della Repubblica dal 1976, dal 1996 al 2001 ha guidato la commissione Affari esteri della Camera. Dal 2002 al 2006 è stato membro del Consiglio d’Europa. Ha scritto, tra l’altro: Intervista sul ‘68 (Editori Riuniti), Per un nuovo movimento (Laterza), L’indimenticabile ‘89 (Feltrinelli), Il sentimento e la ragione (Rizzoli), Governare il mondo (Editori Riuniti), Secondo me (Piemme), La gioiosa macchina da guerra (Editori Internazionali Riuniti).


L'utopia del possibile. Conversazione con Achille Occhetto a cura di Carlo Ruta, pp. 140, euro 12,00.

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luglio 2016


Autogoverno e autonomia.

 

Baschi e siciliani a confronto




La storia non si fa con i se! Tuttavia, forte è la tentazione di comprendere se le cose di Sicilia sarebbero state diverse, avendo alle spalle 70 anni di governo regionale esercitato con poteri di imposizione e di amministrazione fiscale. Gli studiosi baschi, in questo libro, sostengono che l’autonomia senza poteri fiscali è una burla. «Grazie a questi – affermano con orgoglio – siamo oggi tra le regioni più ricche di Spagna. Abbiamo rischiato ed abbiamo vinto». Di contro, affermano mestamente alcuni studiosi siciliani: «Ci sarebbero mancati solo i poteri fiscali per farci precipitare in quel baratro che oggi vediamo dall’orlo. Se la irresponsabilità di una classe politica mediocre ed affarista in settant’anni ci ha condotti a questo stato di cose, figuriamoci cosa sarebbe successo in Sicilia se avessimo dovuto affrontare da soli i rischi di una autonoma gestione finanziaria senza il controllo statale». Ma non tutti la pensano così. Qualcuno è convinto che la responsabilizzazione del rischio avrebbe potuto educare le classi dirigenti isolane, e di conseguenza il sistema corruttivo innescato dagli irresponsabili rapporti di scambio tra classi dirigenti nazionale e locale non avrebbe trovato terreno fertile.

 

 

Esteban Anchustegui, insegna Filosofia morale e politica nell’Università dei Paesi Baschi ed è professore onorario dell’Università Nacional di San Antonio Abate di Cusco (Perù). Ha insegnato in vari Atenei sudamericani dove dirige corsi di post grado, master e dottorati. Ha diretto progetti di ricerca in Spagna ed Europa. Autore di numerose pubblicazione in filosofia e storia delle idee politiche. Membro di comitati scientifici di riviste europee e americane. Premio  Lehendakari Aguirre (2012).

 

Gaetano Armao, insegna Diritto amministrativo (Università di Palermo), Diritto dell’economia (Università Mercatorum di Roma). Socio della Society of Advanced legal studies-University London e dell’Associazione del diritto urbanistico. Già consulente del Consiglio d’Europa, della Commissione parlamentare antimafia e dei Governi nazionale e regionale siciliano. Assessore della Regione Sicilia (2009-12). È consulente della Commissione bicamerale per le questioni regionali. Autore di numerose pubblicazioni di diritto pubblico e economia regionale.

 

Marcello Saija, docente di Storia delle istituzioni politiche (Università di Palermo), si è occupato dei rapporti fra amministrazioni centrali e periferiche nella storia dell’Italia liberale e fascista pubblicando diverse monografie. Ha insegnato nelle università americane di New York (Stony Brook) e Hartford (Trinity College) e in vari atenei Sudamericani. Esperto di storia dell’emigrazione, dirige la Rete dei musei siciliani dell’emigrazione. È membro del comitato scientifico del Museo nazionale emigrazioni di Roma.




Autogoverno e autonomia. Baschi e siciliani a confronto. A cura di Esteban Anchustegui,Gaetano Armao eMarcello Saija, pp. 200, euro 12,00

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15 maggio 1016

Il primo Mediterraneo di


 Sebastiano Tusa

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«Che cos’è il Mediterraneo?» Si chiedeva Fernand Braudel tanti anni fa. E rispondeva: «Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre.» 



In questo saggio Sebastiano Tusa ragiona sulle pluralità e le complessità di questo mare e sugli elementi di fondo che ne hanno caratterizzato la lunga vicenda, dalla preistoria al medioevo. Il mare più antico viene esaminato quale luogo di confluenza e di diffusione di merci, saperi e culture nell’ambito dei vari sistemi mercantili che resero ricchi i Minoici, i Micenei, i Fenici, i Greci ed i Romani. Ma viene investigato anche quale formidabile serbatoio di biomasse che hanno reso possibile la vita e lo sviluppo di numerose comunità costiere.

Gli strumenti e i modi con i quali il Mediterraneo è stato frequentato e utilizzato vengono analizzati in senso diacronico, al fine di poterne definire l’evoluzione, le contaminazioni, i retaggi e le tradizioni. Un’attenzione particolare è dedicata perciò ai miti e ai riti connessi con il grande mare, elaborati dai popoli per comprendere ciò che risultava incomprensibile, ma anche per «difendersi» dai pericoli dell’andar per mare. Motivi di riflessione sono infine le complessità e le pluralità etniche di questo mare, che lungo i propri orizzonti ha consentito la formazione di un grande mosaico culturale, entro cui hanno convissuto, scontrandosi e anche incontrandosi, civiltà, lingue e religioni tra loro molto diverse.
Ma il «viaggio» di Tusa nel Mediterraneo è anche un percorso esistenziale, che investe in toto la sua dimensione di archeologo e di uomo che a questo mare piccolo-grande appartiene. Egli annota in premessa: «Vediamo nel Mediterraneo la possibilità di immergersi nell’arcaismo di mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e dell’utile. Il Mediterraneo rinasce costantemente nella realtà, ma anche in noi stessi che abbiamo il privilegio di “sentirlo” scorrere nelle nostre vene spirituali, oltre che sulla nostra pelle bruciata dal sole e dal sale. Le civiltà che in esso s’incrociano odiandosi o amandosi s’incarnano in noi arrovellandosi nell’immanente dilemma tra lo struggente attaccamento alla vita e il ferale silenzio della morte.»




Sebastiano Tusa. Primo Mediterraneo. Meditazioni sul mare più antico della storia, pp. 180, euro 14,00.

20 aprile 2016


La storia  lunga del viaggio in 


Sicilia


Scandaglio storiografico sulle frequentazioni e le rappresentazioni della più grande isola del Mediterraneo, dall'età tardo-antica al primo Novecento 

 

 

La Storia del viaggio in Sicilia dalla tarda antichità all’età moderna di Carlo Ruta propone un'analisi storica complessiva degli itinerari e delle motivazioni che lungo i secoli hanno condotto alla frequentazione della più grande isola del Mediterraneo. Adottando una prospettiva di lungo periodo, che richiama gli assunti metodologici braudeliani, l’autore si trova a fare i conti con notevoli scarti epocali, quindi con dinamiche complesse, nelle quali il viaggio, vissuto e raccontato, assume una molteplicità di forme e declinazioni.

Nella tarda antichità e nel medioevo gli spostamenti della peregrinatio avvengono in un orizzonte sociale e religioso rigidamente dato che, attraverso l’espiazione delle colpe, promette la conquista del paradiso. Uno dei percorsi fondamentali è quello che conduce a Gerusalemme, e in questo orizzonte la Sicilia, presente in itinerari che dall’Europa portano in Terra Santa, non è più uno dei capoluoghi più solari del mito elaborato dai greci antichi ma viene reinterpretata, con i suoi vulcani, quale porta dell’inferno. Ma gli scenari geopolitici mutano.  Per circa due secoli l’isola si ritrova nell’ecumene arabo-islamico, e su questo nuovo sfondo le consuetudini del viaggio e le percezioni cambiano radicalmente, fino a un vero e proprio rovesciamento.

I viaggi di Ibn Hawqal, di al-Muqaddasi e di altri di cui rimane traccia non sono cristiani ma musulmani. L’Etna non è più una bocca dell’inferno ma una grande risorsa della natura. Tutto ciò permette allora all’autore di mettere a confronto diversi punti di vista e diverse “logiche” rappresentative, che in una certa misura persistono e si aggrovigliano nella modernità, mentre il viaggio lungo il Mare Nostrum e nell’isola va aprendosi a significativi risvolti artistici e letterari, sull’onda degli interessi umanistico-rinascimentali, neoclassici e romantici.

Lungo le epoche vanno consolidandosi, in definitiva, diversi tipi di elaborazione e diverse percezioni dell’isola, a seconda delle prospettive geofisiche, ma a seconda anche delle stagioni. Si compongono così tradizioni differenti, di cui l’idealizzazione e il pregiudizio, la fascinazione e l’approccio problematico, definiscono per certi versi le polarità. Obiettivo tra i principali di questa opera è allora quello di focalizzare queste tradizioni, che giungono di fatto fino alla nostra contemporaneità, per indagarne radici ed effetti.

 

 

Carlo Ruta, Storia del viaggio in Sicilia dalla tarda antichità all’età moderna, 2016, pp. 300, ill. b/n. euro 18,00

 

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6 marzo 2016

 


La storia dell’architettura

 

in Sicilia narrata da Enrico

 

Calandra


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La Breve storia dell’architettura in Sicilia di Enrico Calandra, data alle stampe per la prima volta nel 1938 e ripubblicata dalle Edizioni di storia e studi sociali con la prefazione di Maia Rosa Mancuso, adotta un taglio critico e investigativo particolare, che tende a far luce sulle zone d’ombra, i territori di confine, cioè su linguaggi specifici che si nutrono del rapporto tra le culture endogene con quelle esogene, reinterpretate e rimodellate queste ultime nella prospettiva di nuove sintesi. È una storia in cui l’architettura non è solo un repertorio di orientamenti e di stili, ma materia viva di un progresso materiale, funzionale e creativo, che connota l’evolversi civile di un paese. L’elemento che congiunge tutti i tasselli di questa storia è perciò l’eclettismo, come risorsa creativa che non nega ma condivide e assimila il diverso, il passato e il distante, portando i processi ideativi e costruttivi a sintesi aggiornate, rivitalizzate, segnate da forti originalità.

L’indagine di Calandra, resa in una forma volutamente sintetica, si presenta difficile. Nulla viene lasciato al caso e tutto rivendica una spiegazione. L’esito è, sul piano metodologico, quello di un percorso storiografico paradigmatico, che, come spiega l’autrice della prefazione, se da un lato pone le basi per gli studi di settore successivi, dall’altro finisce con il ridefinire i confini stessi della didattica della storia dell’architettura. Per tutto questo, la Breve storia esercita ancora oggi tutto il suo fascino, che Gaia Rosa Mancuso così riassume: «Si tratta di un’opera in divenire, aperta, che spinge a cercare ulteriormente e sollecita, quando non suggerisce esplicitamente, nuovi percorsi da esplorare. L’eredità di Calandra, di studioso e docente, può essere riassunta in questa costante tensione alla ricerca, condotta con rigore filologico e profonda intelligenza critica, oltre che nella generosa, non comune, capacità di condivisione.»

 

 

Enrico Calandra. Nato a Caltanissetta il 10 Luglio 1877, si laurea nel 1901 a Palermo in Ingegneria. Allievo di Ernesto Basile e Antonio Zanca, verrà chiamato da quest’ultimo a Messina, nel 1907, alla cattedra di Disegno d’ornato e architettura elementare, che ricoprirà inizialmente nel ruolo di assistente. Nel 1930 si trasferirà a Roma, su invito di Gustavo Giovannoni, per ricoprire l’incarico di docente della nuova disciplina di Caratteri degli edifici, presso la Scuola Superiore di Architettura. Pochi i suoi scritti editi, ma grandissima la sua influenza sulla formazione degli allievi, testimoniata da una fitta corrispondenza oltre che dai contributi resi dagli stessi, con esplicito riferimento al maestro. Il gruppo dei suoi allievi siciliani (C. Autore, F. Basile, S. Bottari, E. Caracciolo, S. Cardella, G. Di Stefano, L. Epifanio, V. Lanza, G. Samona, G. Spatrisano), eterogeneo per formazione, inclinazioni ed età, costituirà di fatto una vera e propria «scuola». La Breve storia dell’architettura in Sicilia, pubblicata nel 1938, è la sua opera più nota. I suoi interessi prevalentemente rivolti all’architettura medievale di età normanna, si concentrano in particolare sulle complesse vicende costruttive della cattedrale di Palermo, il cui studio per il Duomo offamiliano di Palermo rimarrà inedito a causa della guerra. Muore prematuramente a Roma nel 1946 lasciando molti scritti incompiuti, o inediti, quelli già conclusi, che saranno in larga parte pubblicati postumi.

 

 

Dalla prefazione di Maia Rosa Mancuso

 

A settant’anni dalla morte di Enrico Calandra e giunti qui alla terza edizione (1938, 1997, 2016), una riflessione si impone sull’attualità del testo, sul corso degli studi che ne seguirono, sull’eredità del maestro.

La Breve storia dell’architettura in Sicilia, pubblicata per la prima volta nel 1938 da Laterza, costruisce una sintesi imprescindibile della storia dell’architettura in Sicilia. A quella data, come lo stesso autore chiarisce in premessa, mancava di fatto uno studio complessivo, anche se alcuni periodi architettonici «nell’ombra sino a qualche decennio fa» erano stati recentemente «esplorati da benemeriti studiosi» (e Calandra riporta in nota i nomi degli autori e i relativi contributi con riferimento al periodo di studio preso in esame).

La sintesi efficace di Calandra, che si nutre «dei vari ricordi di gite esplorative» condotte nell’isola, costruisce di fatto per la prima volta un quadro completo e organico di una storia dell’architettura riscritta su base regionale, con un punto di vista che parte dall’analisi diretta dei testi (le opere indagate direttamente in situ) e definisce pertanto un corso nuovo degli studi, avocando ad una nuova classe di specialisti (architetti/ingegneri) ruolo, autonomia e specificità degli studi disciplinari nell’ambito della storia dell’architettura.

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La lezione di Calandra, che sulle architetture di Sicilia mette a punto il suo personale metodo di ricerca storiografico, supera i confini geografici dell’isola e s’irradia seguendo i percorsi diversi dei suoi allievi migliori. Se altre storie particolari sono seguite, ad oggi la Breve storia dell’architet-tura in Sicilia rimane l’unico tentativo di sintesi generale.

Alle pagine dell’architettura siceliota, del periodo romano, paleocristiano, bizantino, arabo, normanno, dell’architettura dei tempi svevi e angioini, del Trecento, Quattrocento, Cinquecento, Seicento, Settecento, Ottocento, il compito di ricor-darci, ancora una volta, la perenne attualità della storia.



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Cristiani e musulmani nella 


Sicilia normanna



È un libro di storia, che riporta al Medioevo e precisamente al Regnum Siciliae fondato e retto per quasi tutto il XII secolo dagli Altavilla. Ma  il suo messaggio è attualissimo. Si tratta di  Cristiani e musulmani nella Sicilia normanna, appena uscito per le Edizioni di Storia e Studi Sociali, firmato da Ferdinando Raffaele, filologo e studioso di letterature romanze, da Carlo Ruta, saggista e studioso del mondo mediterraneo, e da Sebastiano Tusa, archeologo e docente universitario. Si compone di tre saggi, brevi ma esaurienti, sui rapporti complessi che intercorsero tra cristiani e musulmani nel Regnum Siciliae degli Altavilla. E le prospettive prescelte sono essenzialmente tre: quella storico-linguistica, esaminata da Raffaele, quella etnico-religiosa, analizzata da Ruta, e quella tecnico-scientifica, presa in esame da Tusa.

Raffaele, dopo un breve excursus storico, fa il quadro delle contaminazioni e dei «prestiti» linguistici e lessicali dall’arabo nella lingua siciliana, soffermandosi sull’ampio vocabolario di queste contaminazioni e illustrando l’entità del debito che l’idioma siciliano ha contratto con la lingua parlata dai musulmani di Sicilia, che soprattutto nelle fasce medio alte fu l’arabo classico. Spiega quindi il peso che queste contaminazioni hanno avuto nell’evoluzione sociale della lingua parlata siciliana, con effetti di interculturalità che finirono con l’arricchirne la struttura. L’idioma dell’isola godette infatti di non poca considerazione nell’esperimento di volgare illustre condotto nella prima metà del XIII secolo dalla scuola poetica siciliana.

Ruta traccia un quadro dei problemi che sul piano storiografico restano aperti, mettendo in rilievo una serie di elementi che collidono con l’immagine di una Sicilia normanna interamente pacificata e interculturale. Spiega che lo sfondo del secolo era quello delle crociate e che l’ideologia della guerra santa ebbe effetti anche nell’isola, coltivata in particolare da alcuni ambienti facoltosi dell’aristocrazia, di provenienza nord-italiana. Argomenta quindi sui modi in cui progredì il paradigma violento, e sui modi in cui i poteri ufficiali del tempo contribuirono a indebolire l’etnia arabo-berbera di Sicilia, esponendola a un destino tragico, che si compì definitivamente in periodo svevo, con gli stermini e le deportazioni di Federico II.

Tusa spiega che le conoscenze tecniche già patrimonio degli arabi ebbero in Sicilia effetti notevolissimi, che, lungi dall’esaurirsi nei due secoli in cui i musulmani amministrarono e colonizzarono la Sicilia, riversarono i loro benefici nel Regnum Siciliae cristiano degli Altavilla. Anche i commerci e le attività produttive dei musulmani divennero di fatto un patrimonio irrinunciabile per i nuovi signori della Sicilia. L’archeologo chiarisce poi i modi  in cui la cultura materiale e artistica araba si sedimentò nel regno, in primo luogo a livello architettonico, con l’adozione di stilemi arabo-islamici nella edificazione di chiese e palazzi, che contribuirono non poco alla rappresentazione sincretica e scenografica che gli Altavilla predilessero.

Per tutto questo, come si diceva, si tratta di un testo di strettissima attualità, il cui significato è sintetizzato, nella premessa editoriale, in queste parole: «Si può discutere quanto la storia, anche la più remota, sia in fin dei conti, come sosteneva Benedetto Croce, storia contemporanea, o quanto tenda almeno ad esserlo. Intesa come studio consapevole e approfondito del passato, essa costituisce comunque uno strumento importante per orientarsi. E in questo senso può aiutare non poco a comprendere le complessità di questo tempo, che sono in grado di disorientare e di indurre a forme strategiche di dimenticanza.»

 

Ferdinando Raffaele, Carlo Ruta, Sebastiano Tusa, Cristiani e musulmani nella Sicilia normanna, Edzioni di Storia e Studi Sociali, dicembre 2015, pp. 96, euro 12,00.

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L'età del ferro negli Iblei 


Saggio dell'archeologo Massimo Frasca

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Attraverso la documentazione archeologica, sono investigati i processi di trasformazione innescati nella società indigena dal contatto con i coloni greci, in un’area campione della Sicilia. L’area prescelta è quella dell’altipiano ibleo, per la ricchezza della documentazione e per le caratteristiche fisiche che ne fanno un comprensorio geograficamente e culturalmente ben delineato. 

Il primo capitolo è dedicato alla prima età del Ferro e tratta delle comunità indigene dell’altipiano ibleo prima dei Greci. Vengono studiati in particolare gli insediamenti, le capanne di Ortigia e di Metapiccola, le Necropoli, Pantalica, Monte Alveria-Noto Antica, Avola Antica e Monte Finocchito I. Il secondo capitolo passa al vaglio seconda età del Ferro, con lo studio della presenza greca negli Iblei, dei popolamenti indigini tra Leontini e Megara Iblea e degli insediamenti di Villasmundo, Cava Ruccia e S. Aloe. Il terzo tratta della fondazione di Siracusa, di Eloro, di Acre e dei Siculi Siculi di Monte Finocchito. Segue un capitolo dedicato agli Iblei centrali, che tratta in particolare dei Siculi tra il Tellaro e l’Irminio, e in particolare della Fiumara di Modica, di Modica, di Cozzo Galesi, di Maestro e di Ragusa. Al centro del quinto capitolo sono Monte Casale e Monte Casasia. Il sesto e ultimo capitolo tratta degli Iblei occidentali e in particolare di Castiglione. Seguono le conclusioni e un'ampia bibliografia sulle tematiche esaminate. 



Massimo Frasca, Archeologia degli Iblei. Indigeni e greci nell'altipiano ibleo tra la prima e la seconda età del ferro, pp. 200, tavv. b/n, euro 16,00 

 


Massimo Frasca si è laureato e specializzato in Archeologia a Catania. Nel 1974, vincitore di una borsa di perfezionamento presso la Scuola Archeologica di Atene, ha seguito le attività della Scuola in Grecia e Turchia. Ricercatore confermato dal 1981 al 2000, è attualmente professore associato di Archeologia Classica presso l’Università di Catania. Dal 2005 è direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia (ora Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici). Ha diretto molti scavi in Sicilia e Italia meridionale ed è stato componente delle missioni archeologiche di Prinias (Grecia) e Iasos (Turchia). Dal 1987 è membro della Missione archeologica italiana di Kyme Eolica (Turchia) È autore di numerose pubblicazioni scientifiche. I principali temi di ricerca affrontati riguardano le colonie greche della Sicilia e le loro relazioni con le civiltà indigene, la produzione artigianale greca, l’architettura e la produzione artigianale della città di Kyme Eolica in Asia Minore.


La Napoli di Jessie White Mario

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La miseria in Napoli, opera di denuncia e di studio tra le più significative dell’Italia postunitaria, si articola in quattro sezioni, la prima dedicata alle condizioni di vita degli strati più bassi della popolazione napoletana, la seconda alla descrizione del funzionamento, assai precario, delle opere pie e degli istituti di carità, la terza e la quarta infine dedicate ai possibili rimedi, agli esperimenti filantropici già in atto e al confronto con le esperienze straniere e in particolare con quelle inglesi. Nel descrivere le realtà più problematiche di Napoli, Jessie White Mario rifugge dalla tentazione di una narrazione coloristica, proponendo invece un testo modellato secondo i canoni dell’inchiesta sociale e giornalistica, già sperimentata da Villari e, sulla sua scorta, da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino.

 

Jessie White  (Portsmouth nel 1832 – Firenze 1906). Nacque da una famiglia inglese di ricchi armatori. Dopo aver conosciuto Giuseppe Garibaldi, a Nizza nel 1855, e Giuseppe Mazzini, a Londra, aderì alle dottrine risorgimentali italiane e le divulgò in Inghilterra. Partecipò al moto mazziniano del 1857 a Genova. Poco dopo sposò lo scrittore e politico Alberto Mario. Seguì Garibaldi nella campagna del 1867 e in quella francese del 1870. Fu corrispondente in Italia del «London Daily News» e collaborò con altri giornali. Diede alle stampe una serie di opere, tra cui: La schiavitù e la guerra civile negli Stati Uniti d’America, Milano 1864; I garibaldini in Francia, Roma 1871; La miseria in Napoli, Firenze 1877; Vita di Giuseppe Garibaldi, Milano 1882; Della vita di Giuseppe Mazzini, Milano 1886; Agostino Bertani e i suoi tempi, voll. 2, Firenze 1886; In memoria di Giovanni Nicotera, Firenze 1894; Il sistema penitenziario e il domicilio coatto in Italia, Roma 1897; The birth of modern Italy, Londra 1909.

 

 PietroFinelli ha studiato presso l’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Si occupa soprattutto di storia del Risorgimento e del movimento democratico meridionale in età liberale. Già direttore scientifico della Domus Mazziniana di Pisa, è responsabile della didattica dell’Istituto di Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Lucca. Ha pubblicato saggi in varie riviste, nell’Annale sul Risorgimento della Storia d’Italia di Einaudi e nell’Atlante Culturale del Risorgimento di Laterza.

novità e appuntamenti

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Novità. Sicilia archeologica di Sebastiano Tusa


Con il libro di Tusa (pp. 320, 150 foto in b/n) la ricerca archeologica in Sicilia si arricchisce di un nuovo contributo analitico e documentario. L'archeologo siciliano focalizza, da varie prospettive, i caratteri dell’isola dal Paleolitico all’Età del bronzo, nei contesti del Mediterraneo. Il libro comprende nove saggi. Due sono incentrati sulla religiosità dei popoli primitivi della Sicilia, tema che ha  diviso generazioni di studiosi non soltanto in Sicilia.  Un saggio è dedicato all’insorgenza agro-pastorale in Sicilia, ossia la transizione tra le società di cacciatori e raccoglitori e quelle di agricoltori e pastori. Un altro riguarda modelli di adattamento dell’uomo agli ambienti insulari delle olie e di Pantelleria.

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Continuano le presentazioni di Pio La Torre legislatore contro la mafia

 

Il 19 marzo il libro è stato presentato al Circolo dei Lettori di Torino a cura dellarappresentanza del PD al Senato. Ne hanno parlato con Carlo Ruta, curatore dell'opera, i senatori Rosaria Capacchione e Stefano Esposito, membri della Commissione nazionale antimafia, il procuratore aggiunto presso il Tribunale di Torino Alberto Perduca e il giornalista Giuseppe Legato. Il libro è stato presentato inoltre a Maranello. Con l'autore, il sen. Stefano Vaccari, l'assessore regionale alla Legalità Massimo Mezzetti, Daniele Borghi referente regionale  di Libera per l'Emilia Romagna.

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Novità. La "scoperta" della Sicilia del Settecento nelle rotte del Grand Tour


L'immagine della Sicilia nei resoconti di viaggio del Settecento di Emanuele Kanceff, tra i massimi studiosi in Europa di letteratura odeporica. Si tratta di un testo breve ma esaustivo e rigoroso che spiega i modi in cui è avvenuta la "scoperta della Sicilia" nel secolo dei lumi, ad opera di uno stuolo di osservatori stranieri alla ricerca del mondo classico e delle peculiarità geologiche del Mediterraneo ma anche di suggestioni che avrebbero dato avvio all'epoca romantica.

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La Napoli del dopoguerra nell'analisi del sociologo Percy Allum

 

Entro il 2015 è prevista l'uscita dell'opera di Percy Allum Potere e società a Napoli nel dopoguerra, pubblicata in prima edizione da Einaudi nel 1975: pietra miliare degli studi sociologici su Napoli e il Mezzogiorno nel Novecento. La prefazione è di Giuseppe Galasso.

Frutto di un lavoro di ricerca durato vari anni, l'opera indaga i rapporti tra società e Stato in un'area che ha subito nel dopoguerra un caotico processo d'industrializzazione in un quadro sociale e politico che l'autore considera un tipico sistema di transizione tra le società rurali di tipo mediterraneo e i paesi europei ad alto sviluppo capitalistico.

 

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Sicilia archeologica: un nuovo libro 


di Sebastiano Tusa

 



La ricerca archeologica in Sicilia si arricchisce di un nuovo significativo contributo analitico e documentario con la pubblicazione, per le Edizioni di Storia e Studi Sociali, del saggio di Sebastiano Tusa Sicilia archeologica (pp. 320, 150 foto in b/n) che focalizza, da una serie di prospettive, i caratteri dell’isola dal Paleolitico all’Età del bronzo, nei contesti del Mediterraneo.

Il noto studioso, da anni soprintendente del Mare della Regione Sicilia, fa precedere l’immersione negli argomenti specifici da tre scritti, in qualche modo introduttivi: un saggio autobiografico che evidenzia le radici di una scelta professionale maturata non senza problematiche esistenziali; un testo sulla storia dell’evoluzione epistemologica del pensiero scientifico inerente l’identità italica, tanto dibattuta soprattutto nel periodo tra le due guerre, da un inquadramento storico-filosofico-archeologico sul Mediterraneo; un saggio su Paolo Orsi, doveroso tributo trattando di preistoria e protostoria siciliane.

Seguono due saggi sul campo spinoso della religiosità dei popoli primitivi della Sicilia che ha appassionato e diviso generazioni di studiosi non soltanto in Sicilia. Argomento talvolta evitato talaltra abusato per spiegare ciò che l’archeologia didascalica e descrittiva non riesce a comprendere con le armi della comparazione etno-antropologica. L’autore tratta inoltre dell’insorgenza agro-pastorale in Sicilia, ossia della transizione tra le società di cacciatori e raccoglitori e quelle di agricoltori e pastori. Oggetto particolare di studio, quel paradisiaco angolo di Sicilia che è la costa orientale della penisola di San Vito lo Capo, dove si trova la gigantesca Grotta dell’Uzzo. Il lettore incontrerà, ancora, un saggio dedicato a quei microcosmi eccezionali per lo studio dei molteplici modelli di adattamento dell’uomo agli ambienti insulari che sono le Eolie e Pantelleria.

Nel saggio conclusivo l’archeologo propone delle spiegazioni sulle reali radici identitarie del popolo siciliano, pur convinto che il carattere più distintivo della Sicilia sia quello del sincretismo antropologico, data la notevole ricchezza di strati, sostrati e parastrati popolazionali che questa terra di spiccata accoglienza ha nei millenni accumulato, dimostrando di non essere soltanto un’isola, ma un arcipelago di culture, religioni, popoli e tradizioni.

 

 

Sebastiano Tusa. Docente di Paletnologia presso il Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli dal 2000. Docente di Archeologia Subacquea presso il Corso di Laurea in Archeologia Navale dell’Università degli Studi di Bologna, sede staccata di Trapani, dal 2001 al 2012. Direttore del Servizio per i Beni Archeologici della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani (2000-2004). Soprintendente del Mare della Regione Siciliana dal 2004 al 2010 e dal 2012. Soprintendente per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani dal 2010 al 2012. Direttore della rivista «Sicilia Archeologica». Dal 1972 ha partecipato e/o diretto missioni e ricerche archeologiche in Italia, Iraq, Iran, Pakistan, e Turchia. È attualmente direttore delle Missioni Archeologiche in Sicilia, Libia e Giappone. Ha condotto numerosi scavi archeologici in Sicilia, Lazio e Campania. Autore di circa 600 opere, tra monografie e saggi scientifici e divulgativi.

La "scoperta" della Sicilia nel


 XVIII secolo


L’illusione di classicità che Goethe ha voluto porre a categoria del suo viaggio in Italia conosce effettivamente, nell’esperienza concreta che egli vive tra l’aprile e il maggio del 1787, visitando la Sicilia, alcuni momenti privilegiati. La Grecia dunque, o meglio la Magna Grecia, sarà il nuovo Eden capace di dar forma e vita alle illusioni? Ma nel poeta che percorre la valle dei templi si sente, come altrove, l’intenzione di non spingersi più in là della fruizione fervida del reale. No, il mito classico che lo pervade non è affatto così solido da prestargli nell’immaginazione un quadro di antichità restaurate. È dunque legittimo che ci sorgano dubbi sull’esattezza di queste testimonianze che, dopo trent’anni, Goethe traeva aus der Erinnerung, e più ancora sull’amplificazione classica che esse vorrebbero suggerirci. Giunto a Palermo il 2 aprile, Goethe rimane abbagliato dalle luminosità, dalle trasparenze, dai colori. In questo tripudio, gli appigli alla classicità non sembrano giocare un ruolo di protagonisti, e si cristallizzano tutti attorno a due moduli accessori: i reperti classici e l’Odissea. Il tema della vaporosità e della trasparenza del paesaggio ritorna come un motivo dominante nel racconto e, se si dimenticano per un momento le riflessioni a distanza e le conclusioni che egli volle inserire nel testo, quest’atteggiamento paesaggistico si mostra molto più consono allo stato d’animo del viaggiatore, una proiezione significante del suo io creatore più che non lo fosse il fascino classico. Con il grande poeta tedesco prende forma, attraverso la descrizione della Sicilia, un modo nuovo di percepire il paesaggio che prelude alla ventata di novità che sta pervadendo, più o meno visibilmente, il genere del viaggio in Italia.

Sulla base di questa ipotesi critica, percorrendo nei testi la scrittura del viaggio in Sicilia della seconda metà del Settecento e del primo Ottocento, si possono tracciare le linee di una nuova immagine della «regina delle isole» in cui l’attrazione classica lascia a poco a poco il campo alla passione romantica.


Emanuele Kanceff. Laureato in Lingua e letteratura francese con pieni voti e dignità di stampa, dagli anni Sessanta ha diretto équipes di ricerca CNR sul tema del viaggio. Dal  1971 al 2007 ha insegnato la Storia della civiltà francese all’Università di Torino e dal novembre 1997 la Metodologia della ricerca letteraria e la Cultura del viaggio. Ha compiuto studi intorno al Libertinage érudit, alla letteratura del Decadentismo francese, alla letteratura francese del Novecento, alla letteratura di viaggio in Italia. Membro del Comitato direttivo del Centre d’études franco-italiennes e direttore italiano della rivista «Cahiers de Civilisation Alpine» a partire dal 1993. Ha fondato, nel marzo 1978, il Centro Interuniversitario di Ricerche sul Viaggio in Italia, di cui dirige le riviste e le collane. È autore di molte centinaia di pubblicazioni. Ha tenuto corsi e seminari in numerose Università in Italia, Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti, Canada. È stato membro del Consiglio direttivo dell’I.R.R.S.A.E. della Valle d’Aosta e dal 1988 membro della Consulta del Ministero degli Esteri italiano e della Cancelleria Federale svizzera. Nel 1998 gli è stata attribuita dal Governo francese l’onorificenza di Commandeur de l’Ordre des Palmes Académiques.

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Le lettere meridionali di Villari


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Mentre nell’Europa dei grandi opifici e del vapore la questione sociale si manifesta con sempre maggiore drammaticità, lo storico Pasquale Villari, esponente autorevole del liberalismo moderato, slarga il tracciato dell’analisi e della denuncia, portando all’attenzione pubblica italiana ed estera un altro «inferno», che rappresenta come peggiore e più sconcertante di quello delle periferie proletarie di Londra, scandagliato già da tempo dai teorici del comunismo, dalla stampa radicale e dalle scienze positive. Si tratta del Mezzogiorno d’Italia, ostaggio di economie che restano intimamente feudali, oppresso dal brigantaggio e da consorterie segrete, abbrutito dalla miseria. Nelle lettere indirizzate al direttore del giornale «L’Opinione» Giacomo Dina e in altri scritti, riuniti in volume nel 1878, Villari ritrae gli aspetti più devastanti e ignorati di questa grande area del paese, dai fondaci e i bassi di Napoli flagellati dal tifo alle condizioni disumane dei solfatari di Sicilia. Egli spiega l’inadeguatezza delle classi dirigenti locali, colpevoli di aver impedito, per ingordigia e mancanza di senso morale, che alla rivoluzione politica del 1860-61 seguisse una autentica rivoluzione sociale. Reclama atti decisivi, a partire da una riforma agraria che sia in grado di sanare la frattura economica e sociale esistente tra il Mezzogiorno e il resto del paese. Vengono delineate, in definitiva, le ragioni fondamentali che nell’Italia unita faranno la storia intellettuale e politica del meridionalismo.

 

 

Pasquale Villari nacque a Napoli nel 1826. Dopo aver partecipato al moto napoletano del 1848, fu esule a Firenze. Nel 1859 insegnò Storia all’Università di Pisa e dal 1865 al 1913 fu docente all’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Fu deputato dal 1870 al 1876 e dal 1880 al 1882. Dal 1884 fu senatore e nel biennio 1891-92 fu ministro della Pubblica istruzione. Tra il 1859 al 1861 diede alle stampe, in due volumi, la Storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi. Tra il 1877 e il 1882 pubblicò, in tre volumi, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi. Nel biennio 1893-94 mandò in stampa I primi due secoli della storia di Firenze, cui seguirono, nel 1900, Le invasioni barbariche in Italia e, nel 1910, L’Italia da Carlo Magno alla morte di Arrigo VII. Fu uno dei più autorevoli studiosi della questione meridionale, cui dedicò due opere: Le lettere meridionali, del 1878, e Scritti sulla questione sociale in Italia, del 1902. Si dedicò inoltre agli studi filosofici, che raccolse in Artestoria e filosofia, del 1884, e in Scritti vari, del 1894. Morì a Firenze nel 1917.

Speciale 


La lezione di Giancarlo De Carlo


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Il progetto Kalhesa 



La cronaca del contatto con una città e un ambiente che sono la 


sintesi dell'Italia di questi anni


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Sembra il libro di uno scrittore sconosciuto, che parla di un luogo sconosciuto. L’uno e l’altro collocati, forse, nel mondo arabo. Ismé Gimdalcha è l’autore; Progetto Kalhesa il libro. In realtà Ismé Gimdalcha è Giancarlo De Carlo. È il grande architetto e urbanista ammirato nel mondo per Urbino, noto e stimato tra gli architetti per tanti altri progetti di grande sapiente qualità. E Kalhesa è, in realtà, Palermo. Il libro è il diario di una esperienza di lavoro, intensa e struggente, disperata e incantata, che De Carlo condusse in quella città tra il 1979 e il 1982, insieme con un altro grande intellettuale dell’architettura e dell’urbanistica, Giuseppe Samonà, e a due professionisti locali, incaricati dal Comune di redigere un progetto di risanamento del centro storico.

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Giancarlo De Carlo (Genova 1919 - Milano 2005) nel 1943 si laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano. Ufficiale di marina durante il secondo conflitto, dopo l’8 settembre si unisce alla Resistenza. Nel 1948 riprende gli studi all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia dove si laurea nel 1949. Nel 1955 comincia a insegnare nello stesso Istituto dove rimarrà fino al 1983. In questa sede entra in contatto e si confronta con altri nomi autorevoli dell’architettura e dell’urbanistica: da Giuseppe Samonà a Carlo Scarpa, da Paolo Portoghesi a Bruno Zevi. Nel 1964 redige il primo Piano Regolatore Generale della città di Urbino e dall’anno successivo, su invito di Carlo Bo, progetta il campus e le strutture dell’università urbinate. Sono le realizzazioni che gli procurano i maggiori riconoscimenti in campo internazionale. Dal 1965 al 1981 dirige la Collana «Struttura e Forma Urbana» per Il Saggiatore. Nel 1976 fonda il Laboratorio Internazionale di Architettura, ILAU&D. Nel 1978 fonda la rivista «Spazio e Società» che dirigerà fino al 2000. È autore di numerosi libri, tra cui: Questioni di architettura e urbanistica (Argalia, Urbino 1965); Urbino. La storia di una città e il piano della sua evoluzione urbanistica (Marsilio, Padova 1966); La piramide rovesciata (De Donato, Bari 1968); L’architettura della partecipazione (Il Saggiatore, Milano 1973); Gli spiriti dell’architettura (Editori Riuniti, Roma 1992).


IL LIBRO


Giancarlo De Carlo e l'intrigo del 


progetto Kalhesa

Tra il 1979 e il 1982 nella città di Palermo, mentre una oscura strategia criminale travolge e decapita il ceto dirigente siciliano, due architetti italiani di grande prestigio internazionale, Giancarlo De Carlo e Giuseppe Samonà, e due professionisti locali, sono incaricati dal Comune di redigere un piano di risanamento del centro storico, fatiscente, spopolato, segnato dalle devastazioni dell’ultima guerra. Il progetto di recupero dovrebbe essere imposto da queste scandalose evidenze, ma sin dai primi momenti il cammino è impervio. Soggetti e network potenti, arroccati nella politica e nelle istituzioni, fanno di tutto per impedire ogni movimento. Le problematiche da affrontare sono ridotte a chiacchiere farraginose, parvenze e null’altro, perché tutto resti ancorato all’immobilità che ha garantito, dal dopoguerra, la tenuta del sistema. Si snoda così una partita «epica» ma dall’esito rigidamente fissato, entro

 cui, insieme ad autorità pubbliche territoriali, 

lobby e faccendieri, imperversano poteri profondi e insondabili, secolari e curiali, violenti e cristianamente «persuasivi». Rimane invece confusa, perciò irrilevante e frustrata, l’azione di soggetti autenticamente riformatori, impediti dalle loro intime contraddizioni, dalla marginalità, dal loro triste invecchiamento. Tutto questo, sullo sfondo di una città rassegnata, fatalista, indifferente, percorsa dalla miseria, dall’edonismo spavaldo dei ricchi, dagli intrighi, da una diffusa amoralità.

È questa, in sintesi, la trama del Progetto kalhesa, scritto da Giancarlo De Carlo sotto lo pseudonimo di Ismé Gimdalcha e oggi proposto dalle Edizioni di Storia e Studi Sociali, a quasi dieci anni dalla morte dell’autore e a vent’anni dalla prima edizione, che dopo una gestazione difficile, spiegata in premessa, è andata incontro a una lunga rimozione.

De Carlo, uomo della «Nordinia», racconta le 


viscere di Palermo con realismo, da testimone dei fatti, sulle prime fiducioso di un possibile mutamento ma nel succedersi delle cose sempre più disilluso. Un po’ come i grand tourists dei secoli passati, subisce il fascino dei luoghi e della storia lunga che portano impressa, ma si trova a dare conto di un sistema labirintico e complesso, da postazioni «privilegiate» e da vicino, che gli consentono di riflettere su quanto di disastroso sta avvenendo. Egli usa appunto lo pseudonimo e mette in maschera persone, luoghi e fatti. Ma adotta questo modo di raccontare a ragion veduta, facendo assurgere la città di Kalhesa a simbolo, a luogo di portata universale. Narrando Palermo e la vicenda di un progetto urbanistico che ancora oggi non possiede una storia compiuta, De Carlo racconta in realtà l’Italia, il mondo contemporaneo, l’anima prevaricatrice del potere.

 




Il Progetto Kalhesa all'Accademia

 

di Belle Arti di Palermo  



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L’Accademia di Belle Arti di Palermo presenta il libro di Giancarlo De Carlo (Ismé Gimdalcha) 

Il Progetto Kalhesa  di Edizioni di Storia e Studi Sociali 

 

Palermo,   15 Dicembre 2014,  Palazzo Fernandez, via Papireto 20,  aula 5 , ore 16,30

 

Interventi:

Mario Zito Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Palermo

Carlo Ruta Direttore editoriale di Edizioni di Storia e Studi Sociali


e i docenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo

Maia Rosa Mancuso - Elementi di Architettura e Urbanistica

Toni Romanelli - Anatomia Artistica

Alfredo Pirri - Pittura

 


La prefazione di Edoardo Salzano

Sembra il libro di uno scrittore sconosciuto, che parla di un luogo sconosciuto. L’uno e l’altro collocati, forse, nel mondo arabo. Ismé Gimdalcha è l’autore; Progetto Kalhesa il libro. In realtà Ismé Gimdalcha è Giancarlo De Carlo (Ismé, come ci svela la prefazione dello stesso autore in un altro travestimento, significa «io stesso», e Gim-dal-cha ripete le iniziali del suo nome). È il grande architetto e urbanista ammirato nel mondo per Urbino, noto e stimato tra gli architetti per tanti altri progetti di grande sapiente qualità. E Kalhesa è, in realtà, Palermo. Il libro è il diario di una esperienza di lavoro, intensa e struggente, disperata e incantata, che De Carlo condusse in quella città tra il 1979 e il 1982, insieme con un altro grande intellettuale dell’architettura e dell’urbanistica, Giuseppe Samonà, e a due professionisti locali, incaricati dal Comune di redigere un progetto di risanamento del centro storico.

Il travestimento non si ferma alla copertina. Tutto il libro è in maschera. Si apre con una telefonata di Lucio Corinzio (Luigi Colaianni, allora responsabile regionale del PCI, che implora Ismé perché collabori, designato dalla Confraternita degli Austeri (il PCI), al Progetto Kalhesa, con Aristide Fragalà (Samonà), Alerto Madonnina e Baruffa Gentile, rispettivamente designati dai Reliquari (la DC), dai Ghermiglioni (i socialisti) e dai Diluvioni ed Elleridi (PSDI e PRI).

Tra i personaggi veri che si celano dietro le maschere non è difficile individuare l’urbanista Teresa Cannarozzo, agitata e generosa sentinella sulle sponde dell’abisso palermitano, sotto le sembianze di Lilluntha Cavez One, i docenti dell’Istituto di ideografia di Lagunia (Architettura di Venezia) Ezra Jashar (Bruno Zevi), Manfredo Tafuri (Otiero Manfurio), Giovanni Astengo (Otto Quanto), Ignazio Gardella Telel Gard’hal), Luigi Piccinato (Kurt Smallish), Vittorio Gregotti (Gregorio Mediotti), Egle Trincanato (Glè Bevier), e ancora Le Corbusier (El Muftì), Elio Vittorini (Tor Eliogallo), Alvar Aalto (Egelin Anf), Carlo Doglio (Celso Foglio), Ernesto Belgioioso (Umberto Pulchris) e molti altri.

Più che Lagunia e gli altri luoghi dell’Internazionale dell’architettura la vicenda descrive Palermo e il suo mondo politico, sociale e culturale. È un racconto realistico e vero (De Carlo lo ha vissuto giorno per giorno, e lo analizza con la curiosità dell’esploratore e la freddezza dell’entomologo), ma al tempo stesso è reso astratto, quasi trasfigurato nella narrazione di una vicenda universale, dall’impiego sistematico del travestimento dei luoghi, delle persone e delle istituzioni e da una scrittura scorrevole e sapiente al servizio di un pensiero profondo.

Nel mare delle comparse due personaggi dominano il libro. Il primo è Aristide Fragalà, vero regista della complicata trama del Progetto Kalhesa (mai approdato alla concretezza, come forse si era voluto fin dall’inizio?) verso il quale l’autore rivela (verrebbe voglia di dire «smaschera») un intensissimo rapporto di sospetto e ammirazione, di rispetto e diffidenza, di distacco e di tenerezza: un rapporto complesso restituito nella sua dinamica lungo il percorso del Progetto Kalhesa, per concludersi con accenti di intensa pietas nelle pagine dedicate alla morte di Samonà.

Il secondo protagonista è il clima politico e culturale della Palermo di quegli anni. Nella città, e nel libro, si agitano confusamente i tentativi di rinnovamento degli Austeri, onesti ma impotenti per il loro esiguo peso e per la loro ingenuità, l’apparente disponibilità progressiva dei Ghermiglioni e dei Reliquari, sapienti nella tessitura delle diplomazie consociative. Ma il Deus ex machina, intuìto e ricorrentemente scrutato dalla curiosità forestiera da Ismé ma mai svelato, dissimulato com’è sotto i mille veli dell’omertoso compiacimento dei Reliquari e della Congrega del Dio operoso (l’Opus Dei?), è l’Organika, la Mafia (una divinità molto potente se è vero, come si afferma, che l’autore non riuscì a pubblicare il libro presso un editore siciliano, con il quale aveva già firmato il contratto e al quale aveva già restituito le bozze corrette).

Così, gli sforzi disordinati e le geniali intuizioni dei quattro architetti, diversamente coinvolti negli interessi locali (il più astratto e distaccato è Ismé-De Carlo, vuoi per la sua struttura logica e morale di settentrionale anarchico e illuminista, vuoi perché il suo riferimento è costituito dagli onesti Austeri), si insabbiano su un’inefficienza del potere pubblico generata dalla simbiosi tra la mollezza levantina del costume locale e il potere occulto di Cosa Nostra. Da questo punto di vista, la chiave del racconto è nella pagina in cui appare che l’unico che davvero conosce la città come il palmo della sua mano, e che quindi è capace di governarla, è l’uomo dell’Organika nell’amministrazione, Beppe Cianfrogna (dietro la maschera si intravede Vito Ciancimino): mentre gli uffici non riescono a redigere le carte per il progetto, si scopre che Cianfrogna possiede a casa sua un gigantesco plastico della città in cui, con legni di diverse essenze, sono rappresentati, e via via aggiornati, tutti gli edifici vecchi, nuovi e futuri distinti secondo i loro valori di mercato.

Questo episodio fa intravedere un’ulteriore, e amara, verità, cui l’autoironia di De Carlo più volte rinvia. In fondo, l’avventura cui Lucio Corinzio l’ha chiamato è un’illusione. Le lunghe discussioni, i rarefatti e acuti ragionamenti, gli scontri intellettuali apparentemente fecondi tra i due Maestri, Gimdalcha e Fragalà, non conducono a nulla. Il loro lavoro, l’apparato consociativo che attorno a loro si forma, le stesse regole lottizzatorie applicate della formazione del gruppo, il continuo rinvio della formazione di un ufficio per la pianificazione, la decisione politica di far scaturire le regole per il governo della città da demiurghi chiamati da fuori, rivelano il loro carattere strumentale.

Non è, quello di Giancarlo De Carlo, un romanzo sull’urbanistica: è la denuncia di un’urbanistica in maschera. Ormai consegnata alla storia e descritta cento anni dopo in un manoscritto fortunosamente rinvenuto da un viaggiatore in un caffè dell’Egeo, come appare nella prefazione, oppure, qui e là, ancora attuale? Ma questo è un altro discorso.

Il dibattito all’Accademia di Belle


 Arti di Palermo

Denso momento di discussione all’Accademia di Belle Arti di Palermo su Giancarlo De Carlo e il suo libro Il progetto Kalhesa. Davanti a un pubblico qualificato, lunedì 15 dicembre 2014 hanno relazionato il direttore dell’Accademia Mario Zito, il saggista e direttore di EdS Carlo Ruta, i docenti dell’Accademia Toni Romanelli, Maia Rosa Mancuso e Alfredo Pirri, la docente di Urbanistica dell’Università degli Studi di Palermo Teresa Cannarozzo, che ebbe modo di lavorare con De Carlo. Ecco alcuni scorci del dibattito, tra i più significativi.


Mario Zito (direttore dell’Accademia di Belle Arti di Palermo):«Mi sento onorato di presentare nella nostra Accademia questa opera dell’urbanista Giancarlo De Carlo: un libro complesso, che mi ha veramente appassionato, di cui abbiamo suggerito la ripubblicazione e con il quale iniziamo un percorso cui crediamo, con povertà di mezzi ma con impegno autentico e con modalità interdisciplinari. Pensiamo, in particolare, ad attività formative, organizzate in primo luogo dal consiglio di Biblioteca, con l’impegno diretto del responsabile, prof. Romanelli e di altri docenti. Queste attività sono finalizzate allo studio e alla conoscenza di problematiche specifiche, legate non solo alle culture artistiche, ma anche al sapere scientifico e ai contesti intellettuali e sociali di riferimento. È inoltre motivo di orgoglio l’avere stabilito un contatto sinergico con una casa editrice di indirizzo scientifico come Edizioni di Storia e Studi Sociali, che ripropone il libro dopo venti anni dalla prima edizione. Il progetto Kalhesa di De Carlo è un’opera importante, non solo per Palermo e non solo per il mondo dell’urbanistica. Per questo abbiamo deciso di esprimere, con l’organizzazione del dibattito di stasera, la nostra piena condivisione».


Toni Romanelli (docente di Anatomia artistica all’Accademia): «Questo è un momento straordinario che pone al centro un libro straordinario. Ci si può chiedere perché un testo come quello di De Carlo sia presentato in un’Accademia di Belle Arti. Ma l’idea di ripubblicare Il progetto Kalhesa nasce da un momento magico che ha avuto luogo proprio in questa aula, quando tramite un allievo dell’Accademia, Leonardo, ho avuto modo di entrare in contatto con la casa editrice Edizioni di Storia. L’interesse per questo libro è nato da una mia visita al convento dei Benedettini a Catania, quando mi sono reso conto che l’intervento di restauro operato da Giancarlo De Carlo, insieme con quello di Carlo Scarpa allo Steri di Palermo, definisce più di ogni altro l’identità dell’architettura italiana contemporanea. È stata per me una scoperta importante. Il libro nasce da un’esperienza tormentata nella capitale siciliana, e ha una storia tormentata a sua volta, di cui l’autore dà conto nell’introduzione. Esso è stato pubblicato venti anni fa da Marsilio, dopo che l’editore siciliano che doveva pubblicarlo, mi dicono Sellerio, a bozze corrette si era ritirato. Il fatto che adesso una casa editrice siciliana abbia deciso di ripubblicarlo, peraltro in bella veste grafica, curata da Maurizio Accardi, qui presente, costituisce allora una occasione storica, per la scottante attualità del messaggio, che parla all’Italia intera, e per sollecitare un dibattito che negli anni novanta, all’uscita della prima 

edizione, è stato soffocato».


Carlo Ruta (direttore di EdS e saggista): «Abbiamo raccolto con slancio la proposta del prof. Romanelli, perché il libro di Giancarlo De Carlo si situa con pienezza nel progetto che abbiamo intrapreso negli ultimi anni, che non vuol essere editoriale nel senso tradizionale: si tratta di un’esperienza, di un percorso di studi e di sollecitazioni conoscitive che intende affrontare problemi irrisolti, rimuovere luoghi comuni, intervenire sulle aree di rimozione che persistono nel tessuto delle idee del nostro Paese. Ci siamo lasciati ispirare per certi versi dall’Einaudi del secondo dopoguerra, entro cui sono confluite energie intellettuali in grado di elaborare progetti civili di indubbio spessore. Ecco, ritengo che dal Mezzogiorno, dalla Sicilia, sia opportuno proporre percorsi ed esperienze di questo tipo, tentare strade difficili, elaborare idee e cercare di rimuovere tutto ciò che opprime la conoscenza delle cose. Il progetto Kalhesa di De Carlo parla una lingua che ci interpella: pone in discussione paradigmi, denuncia le regressioni della politica, le logiche e i travestimenti del potere, indica strade aperte. In sostanza, come ha ben detto il prof. Romanelli, il libro dell’urbanista genovese porta con sé un messaggio importante, che non appartiene solo a quegli anni e che rimane per certi versi attualissimo. Le cronache, non soltanto politiche, testimoniano del resto più del necessario quanto l’Italia dei nostri giorni sia omologa alla Palermo rappresentata da De Carlo».


Maia Rosa Mancuso (docente di Elementi di architettura e urbanistica all’Accademia): «L’interesse di Giancarlo De Carlo per la città mediterranea nasce dal tipo di complessità che essa esprime. Kalhesa è Palermo: è un luogo particolare, che rappresenta tuttavia, nello stesso tempo, una condizione universale. Nella città mediterranea il disordine è in realtà un ordine di segno diverso: una differente modalità di ordine. Questo tipo di città è perciò quello che ha sentito meno le conseguenze della cultura dello standard e della zonizzazione. Per una resistenza all’attuazione della norma si apre infatti a un processo di autogenerazione degli spazi. Quando De Carlo parla della città mediterranea parla di una condizione. Nelle mappe di questi centri urbani esiste una equivalenza e una continuità tra pieno e vuoto, con le strade che continuano nei cortili, negli atri e così via. Ne deriva un processo vivificante di attività e di relazioni umane, che per De Carlo è di grande interesse. E questo interesse non manca di ragioni biografiche. Egli nasce a Genova, ma da un padre che è nato a Tunisi da genitori siciliani. Ha una madre nata in Cile ma da genitori piemontesi. Vive inoltre gli anni della prima formazione a Tunisi. Quindi la cultura delle molteplicità e delle differenze la porta dentro di sé e forgia il suo carattere, la sua indole di teorico e di acuto osservatore. Tutto questo spiega il suo interesse per lo spazio, che reinterpreta come vita e area di relazione sociale. Alle politiche di una cultura dell’astrazione oppone perciò il paradigma del radicamento nei luoghi, che trova peraltro degli utili spunti di elaborazione nel rapporto che stabilisce con Elio Vittorini e Italo Calvino».

Teresa Cannarozzo (docente di Urbanistica all’Università di Palermo): «Il contesto del Comune di Palermo di quegli anni era estremamente opaco. Era ancora attivo Vito Cincimino, con i suoi diktat e le sue emanazioni, anche a livello di burocrazia comunale. In modo calcolato, il Comune optò per un suo studio ed evitò di ricorrere a un nuovo strumento urbanistico. Le regole vigenti del centro storico restavano perciò quelle del piano regolatore del 1957, che fu funzionale al sacco della città. Questo però non venne compreso a sufficienza, né dai miei colleghi della facoltà di Architettura né da Giuseppe Samonà, il quale, sospinto dalla sua passione, dal suo impeto e dalle sue certezze, sembrava non rendersi conto che per mettere mano a un’area tanto importante e tanto degradata, occorrevano conoscenze oggettive e nuove regole operative. Samonà preferiva passeggiare tra le vie del centro storico con un codazzo di giovani, cui indicava gli edifici “belli”, da conservare, e quelli “brutti”, da demolire. Era inoltre dell’idea che tutti gli alberi dovessero essere abbattuti perché impedivano la vista delle architetture. Si dimostrava insomma abbastanza pericoloso. Disponeva inoltre di carte molto approssimative dell’area su cui si doveva intervenire; le previsioni del suo studio risultarono perciò altrettanto vaghe. Si trattava in realtà di una grande recita, che avrebbe lasciato intatte le cose. Il Comune quindi lasciava fare. L’ingegnere Biondo, educato alla scuola di Ciancimino e a capo del settore urbanistico al Comune di Palermo, continuava a dare le sue indicazioni. E in tale quadro, il rapporto tra De Carlo e Samonà fu per forza di cose estremamente conflittuale, tale da indurre il primo a “ritagliare” per sé un pezzo di centro storico, l’Albergheria, su cui lavorò con un gruppo di giovani».


Alfredo Pirri (docente di Pittura all’Accademia): «Perché si presenta in questa sede istituzione, in una Accademia di Belle Arti, Il progetto Kalhesa di Giancarlo De Carlo? La risposta ci è data con chiarezza dallo stesso autore, quando dice, nel libro Conversazioni su architettura e libertà, scritto poco prima della morte, che “l’architettura è troppo importante per lasciarla in mano agli architetti”. Fin qui si è parlato soprattutto degli eventi che hanno fatto da sfondo e da premessa al libro di De Carlo, ma mi preme sottolineare alcuni contenuti di questa opera. Si tratta sicuramente di un libro politico, molto critico. Sono straordinari i termini in cui De Carlo maschera i protagonisti, i partiti, le altre entità in causa: i Reliquiari, Ghermiglioni, gli Austeri, l’Organika. Ma proprio questi termini danno plasticamente l’idea di cosa sia Il progetto Kalhesa di De Carlo. Non si tratta solo di un libro di denuncia politica ma anche di un romanzo. Motivo della narrazione non è solo la difficile elaborazione di un progetto di recupero che mascherava in realtà la volontà di lasciare tutto inalterato. Ad un certo punto De Carlo accenna, seppure velatamente, a una sua fonte d’ispirazione, che è Il gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse. E a ben vedere, questi due libri hanno delle similitudini, perché ambedue danno nome, intanto, a cose di cui non si coglie l’esistenza. Il gioco delle perle di cui parla Hesse rimane al lettore un enigma, ed enigmatici appaiono i meccanismi di potere narrati da De Carlo».

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Jean-FrançoisGayraud  Jacques de Saint Victor

I nuovi orizzonti del crimine organizzato.

Colletti bianchi, affari criminali e mafie

Collana «Questioni attuali»

pp.160

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Leopoldo Franchetti

La Sicilia nel 1876. Le condizioni politiche e amministrative

Introduzione di Jacques de Saint Victor

Postfazione di Jean-François Gayraud

Collana, «Questioni storiche»

pp. 328

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Edrisi

La Sicilia e il Mediterraneo nel Libro di Ruggero

A cura di Celestino Schiaparelli - Traduzione di Michele Amari

Collana, «Mediterraneo e storia»

pp. 176, 37 tavv. b/n

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Pasquale Villari

Lettere meridionali e altri scritti

A cura di Pietro Finelli

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Marc Monnier

La camorra

a cura di Felia Allum e Alessandro Colletti

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La camorra napoletana nell’indagine di Monnier

 


Il libro che ha fatto conoscere agli italiani la camorra. Un saggio che aiuta a comprendere le radici e i modi d’essere di un sistema criminale che ha condizionato pesantemente la storia e la vita sociale del Paese

 

Sulla camorra esiste ormai una letteratura abbondante e in continua evoluzione, il cui livello non appare in molti casi confortante, mentre testi di rilievo giacciono nelle biblioteche pressoché dimenticati. Un caso emblematico è costituito dal libro di Marc Monnier sulla camorra, oggi noto soprattutto a cerchie ristrette di persone che si occupano direttamente del fenomeno, per ragioni di ricerca o altro. Le Edizioni di Storia e Studi Sociali hanno inteso rimediare allora a questa rimozione proponendo una nuova e accurata edizione del libro, introdotta dalla studiosa britannica Felia Allum (Università di Bath) e da Alessandro Colletti.

Dato alle stampe nel 1862, questo saggio investigativo conobbe sin da subito un discreto successo. Nel 1863 ne usciva infatti la terza edizione, che è quella che qui si presenta. Lavorando su un’ampia mole di dati, raccolti meticolosamente sul campo e negli archivi giudiziari, l’autore seppe conferire allo studio del fenomeno criminale, già percepito e identificato dall’opinione pubblica in epoca preunitaria, un carattere prettamente scientifico, servendosi degli strumenti analitici e metodologici offerti dalle scienze sociali dell’epoca. Per questo motivo, il libro di Monnier costituisce ancora oggi un documento di prim’ordine ai fini della conoscenza storica della camorra. Uscito agli esordi dell’unificazione nazionale, può essere inteso inoltre come il punto di partenza dei percorsi di studio che di decennio in decennio, da prospettive e con esiti differenti, hanno contribuito allo scandaglio e alla spiegazione delle realtà criminali più avvertite nel Paese.



Pio La Torre 


legislatore contro la mafia



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Pio La Torre legislatore contro la mafia: un fatto editoriale importante, per più ragioni. Per la prima volta vengono presentati, insieme e in ordine cronologico, gli interventi e i discorsi parlamentari di Pio La Torre sulla questione mafiosa: dalle denunce forti e argomentate del sistema Lima-Ciancimino a Palermo, nei primi anni sessanta, quando La Torre era parlamentare all'Assemblea Regionale Siciliana, alla proposta delle norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia del marzo 1980, che avrebbe costituito l'asse portante dell'articolo 416-bis. Al centro di questo percorso si colloca la relazione di minoranza del 1976 alla Commissione parlamentare antimafia: un documento fondamentale, già relativamente noto, che però per la prima volta viene pubblicato completo degli allegati: una serie di rapporti compilati dalle strutture territoriali del PCI in Sicilia nella prima metà degli anni sessanta, in cui vengono esposti e documentati, in modo circostanziato, i riscontri oggettivi sulle collusioni politico-affaristico-mafiose nell’isola. Il libro è curato da Carlo Ruta e propone due ampie testimonianze, di Nicola Cipolla e di Emanuele Macaluso, dirigenti storici della Sinistra italiana, che sin dagli anni delle lotte contadine nel latifondo hanno militato a strettissimo contatto con Pio La Torre. Il libro comprende inoltre un intervento di Franco La Torre in forma di intervista sul complesso lavoro di meridionalista di Pio La Torre e le analisi di Ernesto Ugo Savona e Felia Allum sull’influenza che la legge ispirata dal dirigente politico italiano ha esercitato sulle legislazioni di altri paesi.


 


Nel Regno della Mafiadi Napoleone Colajanni

 

 

1900, la mafia è in Parlamento. A Milano si celebra il processo per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex-sindaco di Palermo ed ex-direttore generale del Banco di Sicilia, ucciso a coltellate nel 1893, su un treno, lungo la tratta Palermo-Termini Imerese. Il mandante è Raffaele Palizzolo, deputato siciliano, mafioso e amico di mafiosi. La mafia diventa per un biennio una questione nazionale. Napoleone Cola-janni, ex-garibaldino, mazziniano, parlamentare repubblicano, scrive a caldo un libro che intitola Nel Regno della Mafia, nel quale denunzia i depistaggi, le aderenze di Palizzolo, i legami tra mafia e politica, e chiama sul banco degli imputati lo Stato italiano, reo di aver legittimato la violenza mafiosa, facendone uno strumento
di lotta politica. Una lettura di parte, certo, tutta piegata sulla difesa della Sicilia e dei siciliani, ma che dopo oltre un secolo mantiene una grande attualità, poiché ci aiuta a capire perché la mafia è ormai vecchia quanto lo Stato italiano, oltre 150 anni, e perché nonostante i grandi risultati raggiunti dall’antimafia nell’ultimo ventennio, abbiamo a che fare con una questione criminale che è stata e resta una questione nazionale.

 


Dal saggio introduttivo di Gianluca Fulvetti:

 

"Le fonti di Colajanni sono libri, documenti, atti parlamentari. Cita ad esempio il rapporto del funzionario borbonico Pietro Calà Ulloa, inviato nel 1838 al ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie, che viene considerato come la prima puntuale descrizione di una cosca mafiosa. Trascura la dimensione organizzativa che emerge dal documento come una risorsa primaria dei nascenti aggregati criminali, ma sottolinea la prassi della «componenda» («Come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel recuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito»), la copertura e la protezione politica («Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile»), la legittimazione di una violenza utilizzata da diversi soggetti sociali.

La narrazione è serrata. Colajanni fa sue le denunzie dell’ex procuratore di Palermo Diego Tajani che, ormai in Parlamento come esponente della Sinistra, accusa la Destra storica di aver usato la mafia a fini politici, per eliminare l’opposizione garibaldina dal governo locale (come nel caso di Giovanni Corrao, ucciso su «mandato» della questura di Palermo il 3 agosto 1863). L’esito di questa discussione sarà l’approvazione di una serie di provvedimenti straordinari per l’isola – poi mai attuati, per il cambio di maggioranza avvenuto con la «rivoluzione parlamentare» del 1876 – e di una Inchiesta sulla Sicilia, affidata ad una Giunta parlamentare presieduta da Romualdo Bonfadini, che avrebbe condotto tra 1874 e 1875 una lunga serie di audizioni, producendo materiali di straordinario interesse, che Colajanni mostra di conoscere assai bene".

 

 

Il socialista Giuseppe De Felice interpreta la mafia

 

negli anni del processo Notarbartolo

 


Giuseppe De Felice Giuffrida, tra i maggiori esponenti dei Fasci siciliani e sindaco di Catania nel primo ventennio del XX secolo, scrisse Maffia e delinquenza in Sicilia in occasione del processo che si celebrò a Milano, tra il 1899 e il 1900, per l’assassinio dell’ex direttore generale del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo. Fu quello il primo «assassinio eccellente» compiuto dalla mafia, segno della sua pericolosità e capacità di muoversi al di fuori degli ambiti territoriali e sociali in cui la tradizione la confinava. Il processo pose così per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale la questione mafiosa. Con una serie di articoli pubblicati sul quotidiano socialista «Avanti!» e poi raccolti in questo libro De Felice contribuì non solo alla controinformazione, sventando tentativi di insabbiamento delle prove, ma alla stessa incriminazione dei presunti colpevoli: il deputato Raffaele Palizzolo e il campiere Giuseppe Fontana, protetti da una spessa cortina di solidarietà nella Palermo di quegli anni.

Maffia e delinquenza è un esempio della capacità politica di contrastare la mafia, ma anche della qualità di un dirigente popolare, che la storiografia ha troppo spesso relegato al solo ruolo di amministratore locale. Nel saggio introduttivo Rosario Mangiameli annota: «Per quanto importante e incisiva nella storia della città, che attraversò con lui uno dei momenti di maggiore sviluppo, la sua attività, però, non è circoscrivibile alla sola amministrazione dell’ente locale, piuttosto De Felice fu tra coloro i quali meglio riuscirono a coniugare la dimensione locale dell’impegno politico amministrativo con quella sovralocale, regionale e nazionale. Di questo aspetto è testimonianza anche il saggio su Maffia e delinquenza in Sicilia che qui si ripubblica. L’argomento stesso apparirebbe estraneo agli orizzonti della vita politica e dell’osservazione sociale catanese, la città che sottolineava la sua diversità rispetto alla Sicilia occidentale in cui il noto fenomeno criminale era confinato. Lo stesso De Felice avrebbe contribuito con il suo scritto a sottolineare questa diversità facendone un punto fondamentale della sua analisi». Spiega ancora Mangiameli che «De Felice aveva acquisito la consapevolezza che la mafia fosse un fenomeno residuale, frutto di una non risolta transizione dalla fase feudale alla modernità, convivenza di strutture sociali e di potere altrove tramontate a confronto con la modernità dello stato di diritto, capaci tuttavia di stravolgerne il ruolo regolatore e inceppare i meccanismi della giustizia».



 

La mafia vista da Gaetano Mosca

 

 

Che cosa è la mafia di Gaetano Mosca, che inaugura la collana tascabile «Passato e presente» delle Edizioni di storia e studi sociali, occupa un posto importante nel panorama delle analisi sulla mafia che in Italia si sono succedute dagli anni sessanta del XIX secolo. Si tratta di uno scritto sintetico, ben strutturato, frutto di una conferenza tenuta dallo studioso a Milano nel 1900, quando nella Corte d’Assise di questa città si celebrava il processo per il delitto Notarbartolo.

Il sociologo, che con Wilfredo Pareto è stato tra i fondatori della scuola elitista, definisce i caratteri essenziali del fenomeno: lo spirito di mafia che permea la società siciliana, e non solo siciliana; l’omertà, che consente agli ambienti mafiosi di prosperare; infine, la capacità delle cosche di costituire un potere reale e di relazionarsi in modo organico con i poteri costituiti e legali. Nel definire queste relazioni, Mosca parla quindi di una mafia «in guanti gialli», e, in particolare, «della protezione che individui delle classi superiori, qualche volta investiti del mandato politico … accordano alle cosche di mafia», allo scopo di consolidare il loro potere nello Stato e i propri patrimoni. Osserva lo storico Marcello Saija nell’introduzione: «Ecco delineato perfettamente il “terzo livello” che ha caratterizzato la storia dell’organizzazione criminale fino alla rivoluzione della droga. Questo tipo di relazioni sono state la norma fino a quando il sistema politico italiano ha visto la mafia come complice subalterna di partiti e correnti politiche».

Proprio il processo di Milano, che vede imputato il senatore Raffaele Palizzolo, accusato di essere il mandante dell’uccisione di Emanuele Notarbartolo, offre del resto al sociologo palermitano argomenti aggiuntivi, che gli permettono di porre la tragica vicenda siciliana in un contesto più ampio, di capitalismo criminale. Scrive Mosca: «I buoni Milanesi che ora esterrefatti cercano la spiegazione di tante debolezze, di tante acquiescenze delle autorità di Palermo, se vogliono davvero capacitarsi del triste mistero, non occorre che guardino alla lontana Sicilia, basta che ricordino un altro processo svoltosi dalle origini alla fine molto vicino a loro, nel quale si è pure manifestata una lunga impotenza della polizia e della magistratura nel colpire persone alto locate implicate in truffe bancarie; basta che pongano mente alla lunga impunità di cui ebbe a godere Filippo Cavallini». E aggiunge: «Questo arresto, o almeno questo incaglio che hanno subito le funzioni delle nostre autorità poliziesche e giudiziarie ogni volta che si è trattato di scoprire e punire un reato intimamente connesso a grossi abusi bancari, si spiega in una maniera identica per tutta l’Italia, e la spiegazione è grave ma semplice. Quella stessa serie di errori e di colpe che rese possibile fra noi lo spesseggiare dei reati bancari ne ha prodotto la semi-impunità. Essa è dovuta al fatto che attorno al circolo, relativamente scarso, dei veri concussionari vi è stato un circolo molto più grande, nel quale è entrata buona parte del nostro mondo politico, ed i cui componenti consentirono che dalla legge si uscisse, che irregolarità fossero consumate, e, senza volerlo, senza quasi saperlo, furono avvolti in una specie di complicità coi concussionari, perché hanno con essi secreti comuni, che costituiscono il vincolo terribile per il quale sono costretti ad aiutarli».

 



Un progetto di ricerca e di conoscenza


per rileggere il passato e interrogare il presente 




 

Leggere e rileggere il passato storico. Seguire contestualmente percorsi che contribui-scano alla comprensione delle complessità del tempo presente. Con questo spirito sono state concepite le «Edizioni di storia e studi sociali». Il progetto si articola su vari livelli, e il suo asse portante è costituito appunto dalla ricerca e dalla conoscenza storica. Andranno in libreria testi e documenti del passato che sono ritenuti meritevoli di riletture, con l’apporto di studiosi tra i più attenti e rigorosi. Si punterà inoltre sull’osservazione, l’investigazione e lo studio analitico delle problematiche del presente, da varie prospettive: dai mutamenti sociali in corso all’evoluzione della geopolitica, ancora con il contributo di analisti di riconosciuto rigore. È opportuno sottolineare tuttavia che il catalogo di «Edizioni di storia», non è indirizzato soltanto a un target ridotto di specialisti. Intende interloquire bensì con fasce sufficientemente ampie di lettori: studenti, universitari, persone colte e curiose, docenti, realtà culturali e così via. Si presterà infine molta attenzione alle questioni civili che travagliano il paese. Si vivono tempi difficili e rischiosi. La ricerca scientifica in senso lato vive un profondo disagio, soprattutto per i deficit, ben noti, delle istituzioni. È importante allora scommettere sul possibile, aprire varchi di elaborazione e di conoscenza, lavorare sulle sinergie e i punti di contatto tra studi storici e l’analisi dei fenomeni sociali. E per migliorare questo impegno, si intende stabilire relazioni produttive con centri e istituti di ricerca, italiani ed esteri.

 


La mafia e la politica dalla prima alla seconda 


Repubblica nell'analisi di Macaluso  

 

 

La mafia e lo Stato.L’organizzazionecriminale e la politica dalla prima alla seconda Repubblica, di Emanuele Macaluso, mira a decodificare la realtà del potere criminale e, in particolare, le relazioni che questo potere ha stabilito con i poteri ufficiali dello Stato. Si tratta di una disamina minuziosa, ricca di spunti analitici, ancorandosi peraltro alla migliore letteratura sociologica e politica sul fenomeno mafioso, da Leopoldo Franchetti a Gaetano Mosca, passando per Napoleone Colajanni. In questo testo il dirigente storico della sinistra italiana ripercorre decenni di storia, dagli anni difficili e violenti del feudo, nell’immediato dopoguerra, quando l’organizzazione criminale si scagliava contro il movimento contadino che rivendicava la terra in attuazione del decreto Gullo, fino al presente, che vede all’opera una mafia quasi impercettibile ma non meno profonda, in grado di muoversi con disinvoltura nel mondo dei grandi appalti e degli affari finanziari, nazionali e internazionali.

Focalizzando l’evoluzione degli interessi politico-criminali negli anni della seconda Repubblica, Macaluso interviene sulle questioni che più hanno acceso la discussione politica degli ultimi decenni: dal caso Andreotti a quello, attualmente molto seguito dai media, della«trattativa» che secondo alcuni magistrati sarebbe corsa tra Stato e mafia allo snodo del 1992-1993. L’analisi del dirigente del Pci, che si è trovato a fare i conti con i poteri criminali da linee particolarmente esposte, si associa quindi alla narrazione di un osservatore attento, che non ha remore a sostenere tesi scomode, si direbbe oggi «politicamente scorrette».

Alla fine di questo percorso, che fotografa uno dei lati più ambigui della vicenda italiana, il bi-lancio è problematico. La soddisfazione per i risultati ottenuti dal paese legale, del tutto evidenti, si somma infatti alla presa d’atto delle oscurità del presente, in particolare sul piano della po-litica. Osserva Macaluso: «Oggi … tutto è cambiato. Gli uomini della mafia vincente di allora, quella dei Bontade, sono stati uccisi dai “corleonesi” di Totò Riina, gran parte dei quali è in carcere in regime di vigilanza, il 41 bis. Il contributo dato dai mafiosi pentiti, come Buscetta, è stato rilevante anche perché essi hanno distrutto la stessa immagine del mafioso omertoso e hanno utilizzato l’arma del “pentimento” anche per eliminare amici e nemici. Tutto è cambiato anche nei tribunali, dove una generazione di magistrati, sull’esempio di Cesare Terranova, Gaetano Costa e Rocco Chinnici, hanno contribuito, pagando con la vita, in nome della legge, a dare colpi durissimi alla mafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino li rappresentano tutti. E con loro anche tanti uomini delle forze dell’ordine: poliziotti, carabinieri; faccio un nome per tutti, il prefetto generale Dalla Chiesa. Tutto è cambiato anche nella politica. Non c’è più il partito di Li Causi e La Torre. Non ci sono più i partiti di cui parlo nel mio saggio: c’è un vuoto politico impressionante».

 

 Emanuele Macaluso, La mafia e lo Stato. L’organizzazione criminale e la politica dalla prima alla seconda Repubblica. In copertina foto di Letizia Battaglia.



  

Affari e poteri criminali, dalle mafie mediterranee 


Wall Street

 

 

La criminalità nel mondo contemporaneo cambia in modo impetuoso. È andata spostandosi sempre più verso il centro del sistema, in molti casi fino a conquistarlo. Corrode le democrazie dall’interno, decisa a rimuovere ogni ostacolo sul proprio cammino. Si è incardinata strutturalmente nel mondo finanziario e penetra in profondità la vita sociale, avvalendosi di mezzi potenti, protetta da una spessa cortina di discrezioni e rumori. Tutto questo disorienta, rende difficoltosa l’attività di contrasto, istiga al disinteresse, alla coabitazione e al compromesso. Un compito fondamentale che spetta agli operatori della legalità e alle espressioni della democrazia è allora quello di contrastare le logiche del rifiuto, del non vedere, portandosi oltre l’ovvietà e i modelli sconfessati dai fatti, alla ricerca di chiavi di lettura adeguate ai fenomeni reali e alle emergenze dei tempi.

È questo lo sfondo da cui muove il libro, appena uscito, I nuovi orizzonti del crimine organizzato, che inaugura la collana «Questioni attuali» delle Edizioni di storia e studi sociali. Gli autori sono il criminologo Jean-François Gayraud e lo storico Jacques de Saint Victor, tra i maggiori esperti europei dei fenomeni criminali, da anni legati da un importante impegno di studio sulle evoluzioni delle mafie e sulle condotte predatorie del capitalismo neoliberista.

I casi esaminati sono di vario livello: l’evoluzione della zona grigia nel Mezzogiorno d’Italia; il ruolo del crimine in colletto bianco nella crisi statunitense dei mutui subprime, da cui ha preso le mosse, nel 2008, una delle più grandi crisi della storia contemporanea; le sismicità mafiose del Mediterraneo; le porosità dei paesi dell’UE al crimine organizzato e in colletto bianco; l’opacità del trading algoritmico ad alta frequenza, che, come spiega Gayraud, rischia di portare il crimine finanziario alla soglia del «delitto perfetto»; infine, la nuova geografia dei paradisi fiscali, all’insegna della flessibilità.

Gayraud e de Saint Victor studiano gli effetti perversi della deregulation, senza trascurare appunto il ruolo della finanza criminale nella crisi che da anni devasta i paesi. Mettono quindi in discussione alcuni paradigmi della criminologia del secolo scorso, rilevando che il crimine organizzato e il crimine in colletto bianco non si presentano necessariamente come sfere autonome, più o meno dialoganti, ma formano a determinati livelli un’unica realtà, che nell’attuale mondo globalizzato non manca di effetti sistemici. Da questa particolare prospettiva, essi si trovano a spiegare in definitiva un contesto criminale distinto, elitario e fortemente strutturato pure in senso organizzativo, che non sembra abbia ricevuto fino ad oggi una chiara e sufficiente attenzione in sede criminologica. È quel che i due studiosi chiamano «crimine organizzato in colletto bianco».









 

 


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Emanuele Macaluso

La mafia e lo Stato

L’organizzazione criminale e la politica dalla prima alla seconda Repubblica

Collana «Questioni attuali»

pp.160

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Jean Houel

Il viaggio in Sicilia. 

1776-1779

Collana, «Mediterraneo e storia»

pp. 192

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L’affare Giuliano.

I documenti che rivelano il primo patto tra Stato e mafia nel tempo della Repubblica

A cura di Carlo Ruta

Collana, «Archivio storico»

pp. 328

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Giuseppe De Felice Giuffrida

Maffia e delinquenza in Sicilia

A cura di Rosario Mangiameli

Collana.«Questioni storiche»

pp. 96

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