Discussione



5 agosto 2019

Riflessioni sull'esperienza di Teoderico e sul saggio recente di Carlo Ruta dedicato al re goto

di Salvo Micciché

Teodoricopng

Il volume è intitolato Teoderico - Il re barbaro che immaginò l’Italia. Ne è autore Carlo Ruta, saggista e attento storico delle civilizzazioni dei Mediterranei. Il volume è edito da ‘Edizioni di Storia e studi sociali’, di Giovanna Corradini.

«Questo libro non è una biografia – ha giustamente esordito il prof. Giovanni Distefano, presentando il volume alla Libreria Paolino (Ragusa) a gennaio del 2019 –, è piuttosto l’analisi precisa e puntuale della figura di un re illuminato che ha immaginato una nazione, l’Italia». 

Chi era, dunque, Teoderico I re dei Goti? Non certo un barbaro, come comunemente si è scritto; egli era stato educato, piuttosto, secondo i costumi romani a Bisanzio, altro nome di quella Costantinopoli che dopo il 476, con l’abdicazione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore del basso Impero Romano d’Occidente, divenne la capitale di un unico impero. Nato in Pannonia nel 454 d.C. circa (altre fonti riportano meno correttamente una data prossima al 451), figlio di Teodemiro della stirpe degli Amali, visse fino al 526. Il suo nome in lingua norrena era Þiðrekr af Bern, mentre in tedesco era Dietrich von Bern, dove Bern sta per il nome di Verona nel tedesco altomedioevale. Dal 462 al 472 (poco più che bambino fino a 18 anni) visse a Costantinopoli, come ostaggio di un trattato federativo tra gli Ostrogoti e i Bizantini dell’imperatore Leone I: non si pensi, però, ad una prigionia, quanto piuttosto ad un’occasione per il giovane goto di formarsi e studiare con i costumi ellenici e romani, il diritto e la cultura classica; venne non a torto definito puerulus elegans, ragazzo raffinato e diligente. Per legame e gratitudine, nel 473 Teoderico combatté per l’Impero in una battaglia contro i Sarmati. Poco dopo succedette al padre Teodemiro e traferì il suo popolo dalla Pannonia alla Mesia – ovvero, in termini di geografia moderna, dai luoghi che insistono a est del Triveneto più verso sud oriente, all’incirca nell’odierna Bulgaria e la zona dei Balcani –. L’Imperatore Zenone gli fu grato per l’aiuto prestato contro il rivale Basilio e lo nominò patricius e magister utriusque militiae. Questo gli permise di stanziarsi legittimamente in Italia, dopo aver battuto l’ostrogoto Odoacre, prima sull’Isonzo e a Verona, nel 489, poi sull’Adda, nel 490. Dopo assedio pluriennale Teoderico prese Ravenna ed eliminò Odoacre e la sua famiglia. Dopo la disfatta dello sfortunato Romolo Augusto, infatti, si pensava che la «Repubblica» (la cosa pubblica) potesse essere affidata proprio alle cure del germanico Odoacre, cui però si chiedeva che fosse conferito il titolo di Patrizio e non di Imperatore. Odoacre non si mostrò all’altezza di queste speranze e contro di lui cresceva il malcontento; presto quindi tra lui e Teoderico fu inevitabile lo scontro, anche per la maggior fedeltà del goto ai Bizantini. Siamo nel 493 d.C. Sono passati appena 17 anni dall’abdicazione dell’ultimo imperatore d’Occidente e dalla conseguente decisione del senato romano di ritenere un solo monarca, l’imperatore d’Oriente Zenone, in grado di difendere le due parti dell’Impero. 

L’esercito riconfermò re Teoderico, ma questo non poteva bastargli, infatti egli chiese anche il crisma ufficiale a Bisanzio. Zenone non fu d’accordo a concedere questo riconoscimento, che gli sembrava ancora prematuro, ma il successore Anastasio I (che regnò dal 497 al 498) accolse la richiesta di Teoderico che poté così iniziare l’attuazione del suo progetto di governo dei Romani e dei Goti insieme.

Il volume tratta in particolar modo del rapporto del re Teoderico con due importanti figure di collaboratori e intellettuali che lo assecondarono, soprattutto in relazione al non facile incontro tra i due popoli, i goti e i romani, e le loro culture, quella romana e quella germanica, quella cristiana e quella ariana. Le due figure di spicco tra i collaboratori sono Boezio e Cassiodoro che insieme a Festo, Simmaco e Liberio furono suoi consiglieri e ministri. 

Flavio Magno Aurelio, che a partire da Paolo Diacono, venne indicato come Cassiodoro, visse dal 490 al 583. Era nato a Squillace, in Calabria, nel cui Vivarium morì. La sua famiglia era originaria dalla Siria. Ben presto, dato il suo acume, scalò la carriera amministrativa sia con Teoderico sia con i successori sino a Vitige. Aveva in comune con il re dei Goti l’ambizioso obiettivo di amalgamare usi e costumi del popolo romano con le tradizioni del popolo goto. Dopo la morte di Teoderico, nel 526, Cassiodoro comprende però che non era così facile come credevano, il re e lui, nulla era scontato, anche se il processo di fusione era decisamente iniziato. Nel 540 decise di abbandonare la carriera amministrativa e fondò un chiostro, il Vivarium, in cui si ritirò insieme ad alcuni monaci con cui egli condivise attività culturali, in particolare la traduzione di opere classiche greche e latine, cristiane e pagane. Preghiera ed otium li aiutavano in questa pregevole opera. Tra i suoi scritti ricordiamo le Variae, dodici libri di atti ufficiali, raccolta in cui sono incluse interessanti digressioni di carattere storico, scientifico, etico e religioso. Poi una Chronica con l’ambizioso progetto di raccontare la storia del Mondo dalla Creazione al 519; il De origine actibusque Getarum era invece, in dodici libri, un’opera storiografica sui Goti, storia degli usi e costumi che ci è giunta solo attraverso un compendio scritto da Jordanes, uno storico bizantino di lingua latina del VI secolo. Scrisse anche un De anima, pensato principalmente per illustrare l’origine e la spiritualità dell’anima, affrontando anche tematiche fisiologiche, tra cui gli interrogativi su dove fosse collocata, se nel capo o altrove, e come essa si propagasse in tutto il corpo. Citiamo poi, tra gli altri scritti la Historia ecclesiastica tripartita che per tutto ilMedioevo fu uno dei principali manuali di teologia e storia della chiesa, un De orthographia; i due libri delle Institutiones divinarum et humanarum rerum, con l’ambizioso progetto di proporre un’opera enciclopedica di teologia e arti liberali, un po’ il suo manifesto della cultura ecclesiastica del tempo. Il quinto capitolo delle Institutiones è dedicato alla musica: Istituzioni di musica si intitola, e tratta delle teorie musicali a partire dagli alessandrini sino al suo tempo: un capitolo che fu uno dei principali manuali per i musici del Medioevo.

Da sottolineare, in particolare, l’esperienza di Cassiodoro nel Vivarium, che va letta in parallelo con quella di San Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo benedettino. Benedetto, fratello di Santa Scolastica era nato a Norcia nel 480 circa e morì a Montecassino nel 547, una vita parallela a quella di Cassiodoro. Pochi anni prima, nel monte di Montecassino (dopo una prima esperienza a Subiaco), Benedetto aveva composto la sua Regola verso il 540. Non si può affermare una ispirazione diretta dalla speculazione di Cassiodoro, ma certo Benedetto prese spunto da queste idee e da regole precedenti, come quelle di san Giovanni Cassiano e san Basilio, ma anche quelle di san Pacomio, san Cesario, e il cosiddetto Anonimo della Regula Magistri con il quale ebbe stretti rapporti proprio nel periodo della stesura della regola benedettina. Benedetto insiste sulla buona disciplina in relazione al rispetto per la personalità umana e le capacità individuali, vuole fondare una scuola del servizio del Signore, «in cui speriamo di non ordinare nulla di duro e di rigoroso». E certo questo intento era anche quello di Cassiodoro. Nel V-VI secolo era questa l’idea cardine della contemplazione e della speculazione intellettuale e teologica; il monastero e il Vivarium, nella loro stabilitas loci, rappresentavano l’ambiente ideale, consentendo la traduzione, la trascrizione di manoscritti e libri, pronti per tramandare cultura al Mondo. Successivamente, e soprattutto nel XII secolo, 5-6 secoli di esperienza porteranno grandi personalità della chiesa ad aprirsi al Mondo anche in altro modo: abbandonare la stabilitas loci e invadere il mondo con la predicazione. Sarà il tempo degli ordini mendicanti, di Domenico e Francesco, i santi fondatori dei predicatori e dei minori, che come i benedettini e i basiliani attuano, con diversi carismi, le grandi idee di Cassiodoro, contemplando ed attuando le linee di pensiero dei Padri della Chiesa (niceni, cappadoci, antiocheni, orientali e occidentali, tra cui Boezio). Diversità di luoghi ma anche identità di intenti. Il Vivarium non era solo un “eldorado” per amanuensi e intellettuali ma, come Montecassino, sede fondante del monachesimo del VI secolo, come si può affermare rileggendo, tra l’altro, Salvatore Pricoco (Università di Catania) nel saggio San Benedetto e Cassiodoro, in «Vivarium Scyllacense, n.1/1990, pp. 21-28): «Come grande organizzatore di vita monastica e creatore di nuovi modelli culturali e religiosi, Cassiodoro sta, al pari di Benedetto, alle soglie della grande civiltà monastica dell’Occidente europeo. Aver fatto di Vivario un’istituzione di natura e finalità unicamente intellettuali è la conseguenza di due errori storiografici ricorrenti nelle indagini sulla cultura e la prassi scolastica della tarda antichità […] Anche il Vivario, in definitiva, segna un capitolo importante nella storia del primo monachesimo italiano e anche Cassiodoro è da collocare, con San Benedetto, tra i suoi grandi fondatori». «L’esperienza quarantennale di Vivarium fornì – scrive, dal canto suo, Carlo Ruta – al movimento benedettino il paradigma consolidato dello scriptorium».

Anicio Manlio Torquato Severino Boezio nacque a Roma nel 480 e morì a Pavia nel 526, lo stesso anno della morte di Teoderico. A soli 7 anni, all’incirca nel 487, perse il padre e fu sostenuto negli studi da Quinto Aurelio Memmo Simmaco. A Roma fu educato secondo modelli retorici e filosofici della classicità, completò poi i suoi studi ad Atene e infine ricoprì importanti cariche proprio alla corte di Teoderico che lo nominò console nel 510 e poi maestro di palazzo nel 523. Egli fu l’altro pilastro che ispirò al re goto l’integrazione tra la cultura romana e le tradizioni gotiche, tra romanesimo e germanismo. Purtroppo, com’è noto e come si evince anche dalla lettura del volume di Ruta, egli fu presto accusato di tradimento, per colpa soprattutto di un controverso personaggio, il referendarius Cipriano che accusava Boezio di connivenza con il senatore Albino, a sua volta accusato di complicità con i Bizantini contro Teoderico, e di una corrente del senato avversa al re che influenzò negativamente il giudizio di Teoderico che probabilmente pur non condividendo la di lui condanna, nulla però fece per evitarla. Una certa tradizione cattolica, a partire probabilmente dall’Anonimo Valesiano, attribuisce interamente al re le colpe per l’ingiusta detenzione e morte di Boezio, ma si tratta certo di conclusioni semplicistiche, e nel libro si analizzano altri fattori determinanti, con atti e fatti da attribuire a correnti senatoriali cui il filosofo non era affatto ben visto. A ragione degli importanti incarichi che Boezio aveva nell’amministrazione, fu istituito un processo con un tribunale composto da cinque senatori estratti a sorte, ma le premesse non erano buone: l’autodifesa di Boezio si basava sulla difesa di Albino, contro il quale si produssero testimonianze false, quelle di Opilione e Gaudenzio, personaggi loschi più volte banditi dal regno e quella di un certo Basilio, pare corrotto con denaro. Si volle vedere artatamente nella difesa di Boezio la prova della complicità con Albino e Boezio venne imprigionato nel 525 e fu messo a morte nel 526, non prima di aver scritto la sua principale opera, il De consolatione philosophiae. Come Cassiodoro, anche il programma di Boezio passava per la traduzione di opere classiche, greche e romane, di filosofia, pensiero, scienza, a partire da Platone ed Aristotele, i due grandi maestri del pensiero; egli credeva di poter conciliare e concordare aristotelismo e neoplatonismo, in particolare riferendosi al nuovo dibattito attorno a Plotino e Proclo. Boezio affermava che avrebbe tradotto il più possibile dei due maestri greci, ma in effetti poté tradurre solo parte dell’ampio Organon aristotelico (Topica, Categorie e De Intepretatione, le fonti dei pensatori della Scolastica). Nel frattempo redasse diversi Commentari alle opere dello stagirita, ma il suo indubbio merito è il commento all’Isagoge di Porfirio con cui, tra l’altro, si pongono le basi per quella dibattutissima questione che alimentò il dibattito nel Medioevo e fino a tempi più recenti, il problema degli Universali già posto appunto da Porfirio, se cioè la natura dei termini universali di genere e specie – si pensi ad es. ai termini «animale» e «uomo» – fosse da individuare ante rem, realtà ontologica già nella mente di Dio, come sostenevano i realisti come Guglielmo di Champeaux o in re, nelle cose stesse, o ancora post rem, come sostenevano i nominalisti per cui gli universali, come scriveva Roscellino, sono semplicemente flatus vocis. Questa questione ontologica andò ben oltre il VI secolo, arrivando ad es. sino a Guglielmo da Ockham e soprattutto fu pressante con Alberto Magno e il suo discepolo, san Tommaso d’Aquino che propendevano per una sintesi, secondo cui gli Universali sono contemporaneamente ante rem, in re e post rem: ante rem in quanto certamente nella mente divina ma anche  in re perché con la Creazione Dio li pone nelle cose come loro essenza, e sono infine post rem poiché con la comprensione e il linguaggio l’uomo li può estrarre, capire, narrare a posteriori. Non era questa una questione di second’ordine ma un tema fondativo della fisica, della metafisica, della teologia, che anche grazie a Boezio – e prima di lui a Porfirio – si pose prepotentemente al centro del dibattito filosofico tra Tardoantico e Medioevo.

Ma Boezio si occupa anche di altri ambiti dello scibile umano: di teologia per esempio, per cui scrive cinque Opuscula theologica e soprattutto di musica, scrivendo il De institutione musicae in cinque libri, tra il 500 e il 507, anche questa, come quella di Cassiodoro, opera importante per la musica medievale e i suoi cultori che sul suo esempio trattavano la musica come mundana (l’armonia delle sfere celesti), humana (armonia tra corpo e spirito nell’uomo) e infine instrumentalis (quella che oggi è prevalente, da eseguire con gli strumenti). Compone anche opere di aritmetica, nello stile normale per uno studioso del Tardoantico e dell’incipiente Medioevo, che si formava sugli studi del Trivium e del Quadrivium; compone anche un vocabolario filosofico latino e scrive abbondantemente di retorica e dialettica. Ma ovviamente il suo merito principale è quello di aver scritto il De consolatione da cui, tra l’altro, conosciamo importanti dettagli della sua tragedia che lo portò alla morte. Sono cinque libri in prosa e in versi con procedimenti allegorici e retorici ispirati a Varrone e Menippo. La Filosofia è una nobildonna che appare allo scrittore per consolarlo e dimostragli che i capovolgimenti della sorte non mutano la felicità, che consiste nel possesso di un bene imperituro, un bene la cui sostanza è l’universale provvidenza che governa tutte le cose ma non pregiudica la libertà dell’uomo. Boezio in questo senso si schiera nella disputa sugli Universali manifestando un realismo moderato. Invece, parlando di teologia e metafisica, egli segue decisamente un’impostazione platonica: la creazione a suo avviso segue un modello di archetipi, che poi sono le idee divine. 

Per completezza di esposizione, nell’economia interpretativa del volume di Ruta è interessante porre l’attenzione anche sul monaco Fulgenzio, santo e scrittore latino nato in Tunisia all’incirca nel 465 e morto a Ruspe nel 533. A Ruspe, in Africa, fu vescovo, dopo la sua predicazione, come monaco, in Sicilia e a Roma. Trasamondo, re ariano dei Vandali lo perseguitava e due volte lo mandò in esilio (una volta in Sardegna). La sua opera ispirò il monachesimo basiliano, benedettino e sicuramente anche quello di Vivarium. Egli scrisse alcuni trattati contro l’eresia ariana: Contra Arianos e Contra Fabianum e soprattutto un diretto Ad Thrasamundum regem, poi un De Trinitate. Si dichiarava fedele discepolo e interprete di Agostino nel De veritate praedestinationes et gratiae Dei e citando Agostino egli insisteva su una strenua ed intransigente difesa della dottrina della predestinazione dell’uomo alla salvezza o alla dannazione.

Ci siamo dilungati tanto su Cassiodoro e Boezio, e incidentalmente su Benedetto da Norcia e Fulgenzio, perché riteniamo la conoscenza delle loro personalità e del loro pensiero e la loro opera, molto importante, al pari di quella di altri pensatori, scienziati e filosofi alla corte di Ravenna – si pensi al vescovo Magno Felice Ennodio e al poeta e prosatore Aratore –; i loro scritti rappresentano spunti determinanti per la comprensione della personalità di Teoderico, un re – lo ribadiamo – goto ma formatosi anche a Costantinopoli secondo modelli prettamente ellenistici e romani, ariano sì ma aperto al cattolicesimo, almeno fin quasi alla fine della sua esistenza. L’etichetta di ‘barbaro’, tanto cara a romani e greci (che così chiamavano gli stranieri: quelli che non sanno «parlare greco»), mal si addice dunque a Teoderico, che fu educato romanamente con studi ellenistici e si circondò proprio di quegli intellettuali romani e volle essere arbitro di mondi distanti, senza minimamente voler distruggere le loro culture, piuttosto integrarle, fonderle nel suo ambizioso progetto di convivenza etnica in uno stato chiuso, sì, ma anche plurale, «con rigidi protocolli identitari», come giustamente scrive Carlo Ruta.

Non fu tutto facile, specialmente per quanto riguarda i rapporti sempre tormentati tra ariani e cristiani cattolici. Soprattutto difficile fu scontrarsi con l’amico, panegirista e consigliere Boezio, che cadde in disgrazia e fu messo a morte nel 526, lo stesso anno in cui, morendo, si spensero anche le ambizioni di Teoderico. Nel 526 – scrive Ruta – «il regno goto precipitava in una profonda instabilità ed infine, per iniziativa di Costantinopoli, in uno stato di guerra che in un paio di decenni ne avrebbe determinato la fine».

I Bizantini, riprendendo possesso di gran parte dell’Italia – in altra parte della penisola dal 568 con Alboino avrebbero governato, con altre mire, i Longobardi –, non seppero imitare la forza unificante del re goto e i loro possedimenti erano fragili e disgregati. Un secolo dopo si avranno le prime incursioni islamiche – preludio dell’occupazione forse non metodica ma certo pressante del IX secolo –: occupazioni sporadiche che comunque lasciavano intendere che la Sicilia e l’Italia sarebbero state pervase da continue dominazioni, frammentate, dal destino incerto. Tutto il contrario del sogno unificatore di Teoderico. E a proposito del suo ambizioso sogno – scrive Ruta – a un certo punto «Si apriva il serrato confronto con la civilitas latina, che passava appunto per la tutela del patrimonio architettonico e la cura delle risorse materiali dei territori oltre che, ovviamente, per un rilancio caratterizzato ed emblematico del diritto romano. Tra la fine del V secolo e gli esordi del successivo, s’imponeva un modello originale di Stato –continua l’Autore–, che raccoglieva suggestioni profonde perfino dal pensiero antico mentre lasciava baluginare, per forza di cose, un mondo differente per tanti versi indefinibile». Il suo modello ambiva anche ad una convergenza con i re di altri popoli, in particolare Franchi, Burgundi, Visigoti; da numerose lettere inviate al franco Clodoveo, al visigoto Alarico, al burgundo Gondebaudo, con la mediazione intellettuale di Cassiodoro – nota Carlo Ruta – «veniva suggerita con insistenza la moderazione e la composizione pacifica delle controversie. Non doveva mancare comunque l’intento strategico di costituire un fronte unitario e identitario che fosse in grado di scoraggiare eventuali politiche espansive di Costantinopoli». Era, il suo, quello che si può definire un «rispetto a distanza» dal centro di potere bizantino, cui si sentiva legato e rappresentante quasi al pari dell’Imperatore. Teoderico ammirava il diritto dei Romani e suggeriva agli altri regnanti una collaborazione non scissa da una rimarcata esigenza di autonomia. A suo avviso l’amalgama era possibile attorno al diritto romano: «Teoderico –scrive l’Autore – poneva l’elaborazione giuridica romana, che nell’Hispania visigota, nello Stato dei Franchi e nel mondo burgundo, pur già presente in varia misura, doveva confrontarsi con gli usi della tradizione etnica, che trovavano posto, appunto, anche nelle codificazioni». Cassiodoro ci tramanda che in una lettera del 508, il re goto invitava gli abitanti della Provenza, integrati nel regno, a «fuoriuscire dai costumi originari per sottoporsi al diritto romano», che egli presentava come «aiuto dei popoli, freno per i potenti e il conforto più sicuro della vita umana».

Nel volume si trattano vari aspetti di questa complessa personalità, non facile da ricondurre a semplice sintesi. Teoderico il costruttore – fu definito infatti restaurator civitatum –, che (ri-)costruisce e restaura l’architettura delle città (a Roma, a Verona, a Ravenna) e Teoderico il fortificatore, che fortifica i confini entro i quali Romani e Goti dovevano vivere in pace e sicurezza;Teoderico diplomatico in cerca di alleanze con burgundi, vandali, eruli, turingi e visigoti, e che ambisce ad armonizzare le illuminate dottrine del diritto romano – che da lì a poco avrà il suo momento più alto con le Pandette di Giustiniano – con gli usi e costumi germanici, barbari, dal punto di vista romano e bizantino, ma sempre più civilizzati. 

Teoderico un grande re ariano, il cui progetto però cominciava a vacillare forse anche per le trame, le ambizioni e i progetti dei Bizantini, che con Giustino I (imperatore dal 518) nel 523 mise al bando da tutto l’Impero l’arianesimo come eresia. Stretto tra la questione religiosa e le pressioni del Senato, a questo punto Teoderico dovette cambiare idea su alcuni punti del rapporto con il cattolicesimo, che pure si ostinava a difendere, ed accusò persino il papa Giovanni I di connivenza con Costantinopoli e lo costrinse a recarsi là per chiedere la riammissione degli ariani nella chiesa e al ritorno lo mise a morte e a sua volta ordinò l’espulsione dei cattolici; e in questa confusa fase si deteriorarono anche i suoi rapporti con il senato, che nel frattempo decretava, in modo subdolo e antigiuridico, la tragica fine di Boezio; il re mise a morte alcuni senatori, tra cui suoi stessi collaboratori: Albino e Simmaco, per esempio. Ma non gli restava molto da vivere: nel 526 furono messi a morte Boezio e il papa Giovanni I, oltre ai senatori, ma anche la sua vita si è spenta quasi nello stesso momento, ponendo fine al suo ambizioso progetto che «immaginava l’Italia», come giustamente scrive l’Autore.



26 luglio 2019

A proposito di Edizioni di Storia


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Maurizio Brescia, direttore di "STORIA militare", scrive:

Conosco Giovanna Corradini da poco tempo e, in effetti, la ho incontrata una sola volta ... in occasione della presentazione del secondo tomo di “Storia dei Mediterranei” all’Università di Genova all’inizio dello scorso mese di giugno.
Tuttavia, sin da subito, e visionando poi la poliedrica produzione editoriale della Casa Editrice EDS, entrando nel contempo in contatto, purtroppo soltanto via Facebook perlomeno sino ad ora, con alcune persone “di spessore” che già seguivano l’attività della EDS, ho potuto apprezzare l'importante lavoro che Giovanna Corradini sta svolgendo con passione, dedizione e grande competenza.
Dalla lettura dell’articolo ci rendiamo conto come un’intera esistenza sia stata (ed è) dedicata alla cultura, alla sua divulgazione di livello e al desiderio di approfondire la “storia (quella con la “S” maiuscola). È raro, nel panorama editoriale e culturale italiano, trovarci di fronte ad una singola persona che ha voluto e saputo creare una rete di contatti, propositività e sinergie di cui sono davvero lieto di essere entrato a fare parte, seppure da poco tempo (grazie anche all’autore dell’articolo, che ha voluto citarmi), e “… ultimo tra cotanto senno” come ho avuto modo di dire proprio in occasione della presentazione genovese di “Storia dei Mediterranei”.
Iniziative come quelle condotte da Giovanna Corradini vanno assolutamente sostenute, diffuse e propagandate: dal mondo più strettamente accademico a quello più ampio degli appassionati e degli studiosi “freelance”, tutti accomunati dalla consapevolezza che la conoscenza della storia è uno dei fondamenti della nostra cultura, se non forse quello più importante.
Dirigendo il mensile “STORIA militare” (e i due bimestrali collegati) e collaborando con gli amici Emiliano Beri e Antonio Musarra al Corso di laurea in Scienze storiche del DAFist dell’Università di Genova, mi sono reso conto che vi sono molti giovani appassionati di storia in via generale (e di quella navale e militare essendo questo il mio ramo di attività) la cui dedizione agli studi storici trascende dal conseguire una laurea magistrale e fa ben sperare che possa diventare una ragione di vita come lo è per noi.
Da un lato, ciò ci porta ad essere ottimisti (come sempre si deve essere) e ad essere intimamente convinti che “non tutto è ancora perduto”, ma, dall’altro, è compito nostro e di persone come Giovanna Corradini dare vita ad un corso di eventi, ad una produzione editoriale e ad un continuo proporre iniziative e spunti di riflessione che possono favorire e spingere i giovani (ma anche chi non lo è) a - dantescamete - “seguire virtute e conoscenza”.
Giovanna Corradini sta facendo tutto questo, e considero una vera fortuna essere stato chiamato, “marinarescamente”, a far parte del suo equipaggio a bordo di un bastimento che, ne sono certo, proseguirà nel modo più proficuo e favorevole la sua lunga navigazione.



14 luglio 2019

Eredità culturale e dialogo interreligioso nel Medioevo mediterraneo

di Pino Blasone 

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Tre sono i saggi che compongono questo nuovo libro: Francesco e il sultano. Un incontro di otto secoli or sono, una lezione per il presente, dellʼeminente studioso medievalista Franco Cardini; Un secolo aperto, tra diversità culturali e confronti politico-religiosi, dello storico mediterraneo Carlo Ruta; Il sultano al-Malik al-Kāmil, tra San Francesco e Federico II di Svevia, ricognizione documentaria e filologica di chi qui scrive.

In effetti, lʼopera in questione è frutto di un lungo e assiduo impegno con-cordato o convergente, sia nel campo della ricerca storico-culturale sia a livello editoriale. Tanto più, quanto si è voluta adottare una forma espositiva divulgativa, il più possibile lontana da quella spesso in uso presso uno specialismo accademico sia pure indispensabile e rigoroso, ma destinata principalmente alla lettura da parte dei cosiddetti addetti ai lavori.

Questa breve premessa nulla toglie alla complessità della materia trattata, e allʼesigenza di affrontarla con un approccio partecipe, ma critico e aggiornato allo stesso tempo. Lʼattualità maggiore consiste paradossalmente purtroppo nel fatto che il fenomeno dellʼintolleranza ha coinvolto e in certi casi insiste a coinvolgere più di una religione, perfino religioni monoteiste che possono considerarsi affratellate se non altro da unʼorigine e un indirizzo comuni.

Anche perciò, abbiamo cercato di mettere a fuoco – una volta di più, ma questa volta valutandoli insieme – episodi storici altamente significativi, quali gli incontri in terra dʼEgitto tra Francesco dʼAssisi e il Sultano al-Malik al-Kāmil, avvenuto nel lontano ma non proprio remoto 1219, e più tardi in Terra Santa fra lo stesso al-Kāmil e il Sacro Romano Imperatore Federico II di Svevia.

Infatti, tali eventi furono entrambi almeno intenzionalmente e tendenzialmente pacifici, in un teatro mediterraneo di belligeranza ormai cronica allʼepoca fra Europa cristiana e Vicino Oriente islamico. Peraltro, essi ben sembrano essere stati fra loro collegati e conseguenti. Da qui, il titolo stesso del volume: Francesco dʼAssisi, al-Malik al-Kāmil, Federico II di Svevia. Eredità e dialoghi del XIII secolo.

Una possibile «lezione per il presente», suggerisce Cardini fin dal titolo del suo saggio. Lezione di diplomatica santità, da parte specificamente di Francesco, o di intelligenza politica, da parte di al-Kāmil e Federico? Fu una collaborazione o convergenza, ma non una coincidenza, piuttosto rara e felice. Non dimentichiamo, in proposito, che i due sovrani furono saggiamente consigliati. A ben vedere, comunque, non importerebbe neppure troppo se il primo era un vero santo, quale egli attualmente fu nel senso migliore e nellʼaccezione generale del termine; o i secondi, governanti avveduti e illuminati.

Ciò che qui più interessa è che detti incontri risultano sufficientemente documentati dalle fonti storiche e quindi reali, al di là di ogni successiva leggenda, che aggiunse particolari più o meno miracolosi o agiografici. Il che sta ad attestare, in linea di massima, come la pace sia pur sempre auspicabile e possibile, soprattutto dipendendo da una reciproca conoscenza e condivisione di buona volontà. Francamente, il resto ha assai poco a che vedere sia con lʼumana ragionevolezza, sia con unʼautentica religiosità.

Si può obiettare che quella pace, susseguente al trattato stipulato tra Federico e al-Kāmil nel 1229, a sua volta e in parte attendibilmente ispirato dal precedente incontro dello stesso sultano con S. Francesco, ebbe breve durata. Una volta scomparsi i suoi firmatari, tornarono a prevalere a lungo interessi conflittuali, dogmatica irragionevolezza, addirittura superstizioso fanatismo. Tuttavia, questa sfortunata circostanza non sminuisce poi molto la fattualità ed esemplarità di tale accordo, se non altro perché esso è parimenti documentato – e fu aspramente osteggiato – da ambo le parti in causa. Certo, per essere davvero efficace, quella «lezione» andrebbe perlomeno adeguata ai mutati contesti della nostra epoca.

Se i contesti di oggigiorno sono difficili e complessi, dʼaltronde quelli tardomedievali contemporanei con gli eventi in oggetto non erano semplici né elementari. Questo, il tema principale del contributo di Carlo Ruta, il quale nondimeno si sofferma sulla loro ricchezza culturale, maggiormente che sulla negatività politica ricorrente in ambito specialmente mediterraneo. Ciò rientra in una visione dialettica, che non privilegia necessariamente i fattori ideali su quelli materiali, bensì restituisce alle ragioni culturali il loro giusto peso nella dinamica storica.

E quel Medioevo fu, non solo secondo Ruta e non solamente stando a questo ma anche ad altri suoi scritti, estremamente fecondo, che si guardi sia alla civiltà europea prevalentemente cristiana, sia a quella arabo-islamica confinante e per così dire dirimpettaia. Prendere in considerazione soltanto la conflittualità, che pure ci fu e fu accanita, anziché lʼinterazione da cui in qualche rilevante misura scaturirà quella che noi chiamiamo modernità, sarebbe un miope e fuorviante errore storiografico.

Ebbene, ecco allora che i «dialoghi» tra Francesco e al-Kāmil prima, e fra questʼultimo e Federico II Hohenstaufen dopo, non appaiono più tanto episodi sporadici o isolati, quanto logici benché eccezionali sviluppi di un dialogo ben più ampio e fondante, che aveva coinvolto non solo religiosità e perfino mistica, ma comprendeva anche la filosofia e le scienze o le tecniche. In buona parte, lʼeredità di quella civiltà classica greco-romana, alla cui preservazione e traduzione in particolare la cultura araba aveva largamente concorso. In altri termini, la missione umanitaria specialmente di San Francesco si iscriveva già in un orizzonte umanistico, nonostante imprevisti e disillusioni storiche a venire.



1 luglio 2019

Mediterraneo e navi. A proposito del secondo volume 

della Storia dei Mediterranei

di Francesco Tiboni

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Quando si parla del Mediterraneo dell’età Medievale e moderna, in particolare della sua dimensione navale, il pensiero corre subito alla grande epopea delle Repubbliche Marinare, alle avventure marittime legate alle crociate ed allo scontro tra quello che sarà il nucleo dell’Europa moderna e la civiltà araba, così come ad alcuni eventi chiave quali la battaglia di Lepanto o al dominio commerciale di Venezia vero l’Oriente. Tutti questi avvenimenti, queste storie e queste grandi avventure trovano però la loro radice in quella che ci piace definire la quotidianità della marineria, fatta di maestri d’ascia dal genio indiscusso, di artigiani fonditori e di piccoli e grandi comandanti di imbarcazione di cui, ancora una volta grazie all’archeologia, in questo volume abbiamo ritenuto utile parlare.

Il filo conduttore dei diversi interventi di archeologia navale che compongono questo secondo capitolo della Storia dei Mediterranei è infatti questo, la volontà di gettare una luce su alcuni aspetti minori, attraverso studi riassuntivi e casi monografici, della marineria medievale del nostro mare. Si tratta, giusto dirlo fin dall’inizio, di elementi che a volte possono sembrare un po’ spigolosi, forse complicati, ma proprio in questa loro particolarità risiede l’essenza della ricerca che è alla base di questo lavoro. Non è un caso che la nostra narrazione archeologico-navale si apra con un bellissimo resoconto di come la tecnologia della costruzione navale di questo periodo abbia trasformato, nel volgere di pochi secoli, quella che era la grande tradizione antica nel nucleo fondante della costruzione navale moderna. Senza i maestri d’ascia Mediterranei di questi secoli, infatti, anche le grandi potenze marittime che tra il XVI ed il XIX secolo conquisteranno gli oceani e daranno forma alla navigazione moderna non sarebbero esistite.

Il Mediterraneo, dunque, come cuore pulsante di una serie di piccole e grandi trasformazioni nei modi di costruire, di sfruttare la risorsa mare ed i territori che su di essa si affacciano, di armare e utilizzare le navi per il commercio e la guerra che permetteranno ai navigatori di superare il tempo ed entrare nella modernità. Il percorso di ricerca che abbiamo sintetizzato nel volume tocca alcuni nodi fondamentali, in primis il Tirreno e l’Adriatico, per muoversi fino alle coste di Israele e fornire elementi utili a comprendere la splendida complessità della materia. Si tratta spesso di piccole storie, come quella del relitto di Gnalic o degli eventi che all’alba della modernità toccarono il porto di Akko, tutte raccontate sapendo che tassello dopo tassello il quadro complesso della marineria mediterranea del periodo medievale e moderna può prendere forma. Il viaggio si chiude poi con uno degli eventi che tocca da vicino l’Italia e l’Europa, la battaglia di Lissa, ultimo avvenimento della guerra marittima di tradizione velica e punto di passaggio verso la nuova arte della guerra sul mare.

Siamo particolarmente felici dell’esito di questo volume, nel quale il lettore troverà contributi di altissimo profilo soprattutto grazie ai tanti amici e ricercatori che, uniti da quell’elemento liquido che oggi come non mai deve essere considerato un legante indissolubile e non un confine che separa le civiltà, hanno voluto sintetizzare in queste pagine anni di ricerca sul campo convinti che la possibilità di condividere con il pubblico gli esiti delle loro attività rappresenti la chiave per fare sì che ognuno possa innamorarsi della nostra tradizione marittima e navale, comprendendone anche gli aspetti più insoliti. 

Autori vari, Storia dei Mediterranei. Paesi, culture e scoperte, dal tardo Medioevo al 1870, Edizioni di storia e studi sociali, maggio 2019, pp. 450.



22 maggio 2019

Rinascimento e Modernità, nella storia del Mediterraneo

 di Pino Blasone

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La raccolta di saggi di più autori intitolata “Storia dei Mediterranei. Paesi, culture e scoperte dal Tardo Medioevo al 1870”, pubblicato dalle Edizioni di Storia e Studi Sociali (Ragusa, Sicilia; 2019), è il secondo voluminoso volume di una serie dedicata alla storia dellʼarea mediterranea e dei suoi popoli, questa volta allʼepoca dello sviluppo di una civiltà moderna, con introduzione dello storico Carlo Ruta e degli archeologi mediterranei Massimo Cultraro e Francesco Tiboni. La transizione dal Medioevo a quella che siamo soliti chiamare Modernità, e le complesse relazioni fra Europa e Vicino Oriente, vi sono pure esaminate. Un terzo volume, riguardante infine lʼetà contemporanea, è inoltre già in programma.

Cominciamo dalla genesi della Modernità stessa, nel saggio di Carlo Ruta “LʼEuropa e la rivoluzione della prima modernità tra scoperte geografiche e innovazioni tecnico-scientifiche”. Se il cosiddetto Rinascimento fu una riscoperta soprattutto della cultura Greco-Romana antica, è pur vero che questa fu lʼepoca della scoperta o esplorazione di nuovi orizzonti. Tempo e spazio sono le due dimensioni che si dilatano, nellʼambito della conoscenza collettiva. Specialmente la navigazione ebbe grande impulso, anche grazie a innovazioni tecniche quali la bussola, il timone o la vela latina, meglio orientabile secondo i venti. In particolare, questo aspetto verrà approfondito nel saggio di Francesco Tiboni, intitolato “Navi e barche al tempo delle Repubbliche Marinare. Appunti sul ruolo della cantieristica minore”.

Tuttavia, aggiunge Ruta, i viaggi prevalentemente per terra non vanno sottovalutati. I più famosi sono quelli asiatici dei fratelli mercanti veneziani Niccolò e Matteo Polo, e a maggior ragione di Marco, figlio del primo, che ci ha lasciato un resoconto scritto dettato più tardi a un suo compagno o visitatore in prigionia. Ovviamente stiamo parlando di “Il Milione”, redatto da Rustichello da Pisa già nel 1298 circa in lingua dʼoïl, veicolo letterario allora diffuso anche fuori della sua terra di origine. Quindi, fattori economici quali lʼintraprendenza mercantile, o tecnici quali la bussola e il timone, non dovrebbero essere nettamente scissi dallo spirito intellettuale, il quale informerà di sé il Rinascimento umanistico e artistico. In senso tanto letterale quanto metaforico, per così dire essi aprono la via verso lʼavvenire.

Questo graduale Rinascimento fu fenomeno esclusivamente europeo? In un raggio sempre mediterraneo, Ruta rammenta come una fase di incubazione si ebbe nel mondo di tradizione araba, con la traduzione in quella lingua di alcuni classici del pensiero greco filosofico e scientifico, con lo sviluppo conseguente di una filosofia locale quale quella dellʼandaluso islamico Ibn Rushd/Averroè o dellʼebreo pure andaluso Mōsheh ben Maymōn/Maimonide. Traduzioni latine seguiranno, fecondando il terreno culturale da cui germoglierà una nuova visione del mondo, non più tanto il mondo arabo o quello europeo, quanto quello onnicomprensivo e comparativo della modernità, sia esso inteso in senso terrestre o di una dimensione cosmica.

Sul complesso e non di rado conflittuale rapporto fra Europa e “mondo” musulmano, è incentrato il saggio dellʼeminente medievalista Franco Cardini “Cristianità e Islam fra Lepanto e Vienna (1571-1683)”. Nel frattempo, allʼegemonia del califfato arabo era subentrato il dominio turco, in forte espansione marittima e territoriale. Lʼacquisizione e incremento di tecniche moderne da parte di questʼimpero era tuttavia piuttosto formale, che sostanziale, e intanto il centro potenziale storico si era andato spostando dal Mar Mediterraneo allʼOceano Atlantico, dopo la scoperta di fatto e la colonizzazione europea del “Nuovo Mondo”, ovvero le Americhe. Se la celebrata vittoria navale europea di Lepanto non determinò la decadenza della potenza ottomana, rimarca Cardini, essa in effetti inizierà dopo la sconfitta sotto le mura di Vienna, che aveva spinto la minaccia di unʼinvasione fino nellʼEuropa centrale.

Una intrigante riflessione meta-storica è quella di Massimo Cultraro, in “Alla ricerca del Labirinto: umanisti, viaggiatori ed antiquari a Creta tra Medioevo e Rinascimento”. Il titolo del capitoletto “Storia di Labirinti e di Atlantidi” indica specificamente come i miti che accompagnarono il passaggio dal Medioevo alla modernità poterono essere più dʼuno, e di diverso tenore. Il presunto Labirinto che erroneamente visitavano i viaggiatori tardo-medievali e rinascimentali era un dedalo sotterraneo, fatto di grotte, antiche cave come si sarebbe scoperto in seguito. Ma esso era pur sempre associato o associabile allʼidea di unʼisola proiettata nella distanza spaziale o temporale: in questo caso reale, Creta; in altri, quella favolosa e inabissata di Atlantide, quale anticamente narrata da Platone nel “Timeo”. Il pellegrinaggio medievale, anzitutto interiore, si andava trasfigurando e mutando nel viaggio esteriore di esplorazione e scoperta, pur mantenendo caratteri allegorici, come sarà lʼisola di Utopia nel romanzo omonimo dellʼinglese Tommaso Moro.

Fra i numerosi altri saggi, piace qui concludere con un cenno a “Lo scalo portuale di Santa Severa dallʼetà feudale al XVIII secolo, dellʼarcheologo Flavio Enei. In particolare, al singolare episodio relativo a Hasekura Tsunenaga, uno dei primi ambasciatori giapponesi nei paesi occidentali, quando un lungo periodo di isolazionismo del Giappone era imminente ma ancora di là da venire. Una volta egli infatti fu ospite nel Castello di Santa Severa, sulla costa dellʼalto Lazio, dove fece tappa con i suoi accompagnatori. Sbarcato al porto di Civitavecchia nel 1615, lʼex samurai e poi grande viaggiatore era probabilmente in cammino lungo la Via Aurelia, per recarsi a visitare Papa Paolo V. A Roma, Hasekura non solo fu accolto con onore, ma anche ritratto con la sua nave sullo sfondo dal pittore francese Claude Deruet. Il dipinto è conservato nella romana Galleria Borghese. Evidentemente i navigatori, e in qualche modo esploratori, non furono tutti e solamente occidentali.