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Il Mediterraneo al tempo di Al Idrisi


Recensione di Maria Guccione

Il Mediterraneo al tempo di Al Idrisi è un libro interessante ma non facile che richiede al lettore una significativa preparazione di base e una buona conoscenza della storia del Medioevo, periodo in cui tra scontri, compromessi, invenzioni e rivoluzioni politiche, si attuavano quelle relazioni fra Oriente e Occidente da cui proviene il nostro mondo attuale.È in tale contesto mediterraneo che gli autori dei saggi ci offrono i loro approfondimenti e, da tutti, ho appreso qualcosa che ignoravo.Inizia Carlo RUTA che disegna la cornice di quel mondo col nascere delle prime monarchie, ma anche dei Comuni e delle Repubbliche marinare; con le crociate e la nascita dei possedimenti d'oltremare ferocemente ostacolati dai musulmani, ma anche con l'attuarsi di importanti scambi commerciali e culturali, primo fra tutti il rilancio del razionalismo aristotelico ad opera di Averroe' e San Tommaso. È la Spagna, più che la Sicilia, a rendere possibile buoni livelli di comunicazione e scambi tra cultura araba e cultura cristiana ed è a Toledo che si compie quel grandioso lavoro di traduzione che renderà fruibili opere di autori come Euclide, Galeno e Avicenna. Ma perché gli scambi materiali ed immateriali avvengano servono i mezzi di comunicazione.Ed ecco Francesco TIBONI a spiegarci il passaggio dagli scafi a guscio portante a quelli a scheletro portante e la nascita delle marinerie locali, mentre alcuni relitti trovati in Spagna, Portogallo e Francia provano la presenza nel Mediterraneo di una marineria islamica. Ma come vivevano le Comunità di quel periodo e come risolvevano problemi vitali come il rifornimento idrico? Ce lo spiega SEBASTIANO TUSA col suo interessante saggio sul sistema di canalizzazione delle acque. Elemento base di tale sistema sono i QANAT , lunghi tunnel sotterranei voluti da Ciro e Serse che sostituirono tale ingegnosa invenzione ai canali a cielo aperto.Il segreto della loro efficienza stava nella pendenza studiata al millimetro è nei vari pozzi di ventilazione che si succedevano lungo il percorso. I QANAT nacquero in Iran ma si diffusero in tutti i paesi del Mediterraneo giungendo in Sicilia al tempo dei Normanni: a Palermo, Castelforte e Scalea le ricerche speleologiche condotte dal Club Alpino hanno portato alla scoperta di molti tratti di qanat ed anche di alcune delle cosiddette CAMERE DELLO SCIROCCO, luoghi in cui era possibile godere di un po di fresco in momenti di particolare afa. È la Prof.ssa BARCELLONA a raccontarci di alcuni falsi storici nati durante il medioevo.Emblematica la storia di San Placido in cui si sovrappongono due personaggi omonimi. La Prof.ssa SARDELLA esamina i rapporti di forza tra papato e impero, continuamente mutevoli, finché con Carlo Magno non si giunse ad una comunione di interessi che , comunque, non sedo' del tutto i conflitti. In particolare Ruggero II in Sicilia rafforzo' il potere regio pur convalidandone l'origine divina. Un libro sul Mediterraneo non poteva dimenticare i resoconti di viaggio di due tra i più famosi viaggiatori dell'antichità , Ibn Jubair e Benjamin de Tudela il cui ricordo è affidato al saggio del Prof. CAFFARELLI. Musulmano di Valencia il primo, inizia nel 1183 il suo pellegrinaggio verso la Mecca scegliendo un percorso lungo che lo porterà a visitare il Cairo, Alessandria, Damasco e, al ritorno, la Sicilia. Il secondo è un ebreo che ha lasciato importanti informazioni sulle comunità ebraiche visitate : sulla loro organizzazione interna, sulle attività mercantili e artigianali, sulla cultura e anche sui ghetti in cui erano tenuti in certi paesi, come Costantinopoli. Il libro chiude con un racconto lungo e circostanziato, in lingua spagnola, su Ceuta ad opera di FERNANDO VILLADA PAREDES che trae le sue informazioni direttamente dallo Strabone Arabo , ossia Al Idrisi.Di Ceuta viene raccontato tutto: la sua posizione strategica di fronte all'Andalusia e a controllo dello Stretto di Gibilterra; la leggenda che la vorrebbe fondata da Alessandro Magno; il porto e la ricca attività peschiera con particolare riferimento alle tonnare e alla pesca del tonno ed anche a quella del corallo; l'agricoltura e l'allevamento; la composizione della popolazione e persino i rapporti commerciali preferenziali che erano rivolti a Genova.Insomma una città dove influenze mediterranee e atlantiche si fondevano offrendo agli occhi di Al Idrisi, ma anche ai nostri, un esempio di perfetta integrazione.

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MEDITERRANEO BARICENTRO DI CIVILTA’


E MOTORE DI SVILUPPO DELL’EUROPA 


CHE VERRA’

 

 

Il saggio di Sebastiano Tusa e Carlo Ruta è prima di tutto un invito a ritrovare la dimensione del viaggio come scoperta di mondi nuovi, di nuove genti e di nuovi costumi. Il Mediterraneo è al centro di questo viaggio della mente e del cuore, in quanto un mare che corrompe poiché impone a chi lo abita, soprattutto lungo l’articolato suo sviluppo costiero, una grande capacità di adattamento alle diverse morfologie esistenti.

 


Massimiliano Cannata (Intervista a S. Tusa uscita su Mensile del "Sole 24ore", Luglio-agosto 2017)



“Il Mediterraneo è uno straordinario mare che affascina e che corrompe” ad affermarlo non   un osservatore qualsiasi, ma Sebastiano Tusa, sessantacinque anni, palermitano, Sovrintendente del mare della Regione Siciliana, docente di Archeologia subacquea presso l’Università tedesca di Marburg. Figlio d’arte, dal padre Vincenzo archeologo e accademico dei Lincei ha ereditato metodo, curiosità, attenzione per i particolari, Sebastiano è un grande conoscitore del mondo antico. “Dietro ogni cosa c’è un’archè, un principio che fonda la realtà e che occorre investigare con perizia se vogliamo capire le dinamiche del presente”. Chiaro l’interesse per la spiegazione razionale, ma al di là della teoresi pura, il nostro interlocutore ama stare sul campo.  Lo dimostrano le innumerevoli campagne di scavi che ha diretto nei luoghi più disparati del Pianeta. Da Mozia a Pantelleria, “crocevia dei mercanti" già in epoca antichissima, all’Iran, Iraq e al Pakistan.

Terre emerse e fondali, non c’è nessuna separazione per uno studioso a tutto tondo che con rigore è stato capace di entrare nella vita quotidiana di antichi popoli, luoghi, città, per ricostruire il percorso di sviluppo della storia globale, in tutte le sfaccettature, implicazioni e dinamiche. L’attività incessante del ricercatore si è spesso per lui incrociata con l’attitudine alla divulgazione e al racconto. L’ultimo scritto realizzato con Carlo Ruta, pensatore originale e filosofo, In viaggio tra Mediterraneo e storia (Edizioni di storia e studi sociali) frutto di questa logica, ha la forma di una conversazione godibile da un pubblico ampio. La trattazione risulta affascinante non tanto perché mette in risalto i bagliori di un passato che ci riguarda e che ci riporta alle atmosfere perdute della Magna Grecia culla di pensiero e dedita alla speculazione filosofica, quanto per l’importanza strategica che viene attribuita alla futura centralità del Mediterraneo, potenziale baricentro dello sviluppo internazionale nel teatro di equilibri geopolitici in continua evoluzione.    


Professore memoria e futuro si toccano in maniera quasi fisiologica nell’attività di un archeologo. Comincerei dall’attualità. La cronaca manda segnali ambivalenti sull’identità e sul destino dell’Europa. Scosso dalla crisi il vecchio Continente ha in questi ultimi anni provato a fare a meno della Grecia, cercando di rimuovere secoli di cultura e di pensiero. Il rigore e l’austerità ottusa hanno però stancato almeno una parte della classe dirigente, che si è resa conto che cancellare la storia e la dignità dei popoli conduce alla rovina. Quali scenari si aprono?    


E’ risaputo che una certa cerchia di poteri forti europei e mondiali fortemente legati alle speculazioni finanziarie tendano a ridurre, se non ad annullare, spazi di democrazia in favore delle oligarchie bancarie. E’ questa l’Europa della finanza che tenta di soverchiare ed annullare l’Europa dei popoli pensata dai padri dell’Unione. E’ una battaglia dall’esito incerto dove gli ideali si confrontano e si scontrano con i poteri finanziari. In questa temperie il Mediterraneo è debole poiché i paesi rivieraschi hanno economie deboli e sono spesso divisi tra loro non riuscendo ad attuare una politica di cartello forte per contrastare l’Europa dei finanzieri. Hanno provato a eliminare la Grecia ma non ci sono riusciti.  Era chiaro che si trattava di un fatto politico piuttosto che finanziario, poiché il PIL della Grecia è insignificante negli equilibri dell’economia europea. Non bisogna, però, cullarsi sugli allori di questa limitata ma importante vittoria poiché si riaffaccia adesso il tentativo di svuotare l’Unione inventando il sistema delle “due velocità”. La battaglia deve continuare, a partire dall’appoggio che va dato a quelle forze politiche e culturali che desiderano promuovere l’Europa dei popoli e non quella della finanza.


Facciamo qualche passo indietro. Che ruolo ha avuto nell’antichità il Mediterraneo nella storia del vecchio Continente e soprattutto che cosa potrà esprimere nell’epoca della globalizzazione delle reti, l’antico “mare nostrum” dei latini?  


Il Mediterraneo è un mare che corrompe poiché impone a chi lo abita, soprattutto lungo l’articolato suo sviluppo costiero, una grande capacità di adattamento alle diverse morfologie esistenti. Ma corrompe anche perché la facilità delle relazioni attraverso il mare che connette e non divide provoca contaminazioni, altrimenti definibili “corruzioni” in senso positivo, ma talvolta anche negativo. Cosa esprime oggi questo mare è difficile condensarlo in poche parole anche perché si tratta spesso di sensazioni soggettive.


Le chiederei di fare uno sforzo in modo da far comprendere ai nostri lettori il giusto rapporto che deve esserci tra memoria e futuro.


Per me il Mediterraneo esprime oggi sensazioni e concetti contraddittori. Conserva ancora una grande carica propulsiva nel campo della cultura in senso lato, sia umanistica che scientifica. Dall’altro esprime dolore per le vistose contraddizioni che vi albergano. C’è troppo divario sociale ed economico tra aree a volte vicine e contigue. Divario che porta a lacerazioni profonde non soltanto alludendo alle migrazioni, ma anche a disagio, disoccupazione, sottosviluppo… Tuttavia esprime ancora un innegabile fascino per i grandi valori culturali che ancora produce rivitalizzando con felici palinsesti una tradizione e una storia di certo uniche al mondo.

 

La cultura del mare e la dimensione del viaggio


Nella forma del dialogo che si rifà alla metodologia della filosofa classica, il saggio affronta un tema dalla vastità enciclopedica. Qual è il messaggio di fondo di questa “cavalcata” che attraversa tanti secoli di storia?  


Non era nostro intento esaurire tutto lo scibile sul Mediterraneo. Non basterebbero, infatti, decine di volumi. Abbiamo voluto offrire alcuni spunti di approfondimento su specifici argomenti o eventi storici. Il messaggio è quello che promana da persone che, anche attraverso i propri studi, hanno avuto il privilegio non solo di conoscere la storia di questo piccolo/grande mare, ma anche di apprezzarlo e, soprattutto, amarlo. Il nostro lavoro è soprattutto un atto d’amore, ma anche un appello a rafforzare di più la conoscenza delle grandi storie mediterranee per difenderle nella consapevolezza che il più importante valore rimane la sua spiccata varietà e molteplicità culturale.


Della cultura del mare che gli antichi popoli, nel saggio viene ricordata tra l’altro l'epopea dei fenici grandi navigatori, c’è qualcosa che è rimasto nella contemporaneità? Come è cambiata la dimensione del viaggio e la percezione del nostos nella società ipertecnologica in cui le categorie dello spazio e del tempo stanno assumendo nuovi significati?   


Purtroppo la dimensione del viaggio, come ci descrive eccellentemente il grande antropologo francese Marc Augé, è oggi completamente mutata. Vogliamo velocità e confort e, spesso, desideriamo anche trovare a destinazione le stesse consuetudini del nostro luogo di provenienza. Il nostro libro vuole essere anche un invito a ritrovare la dimensione del viaggio come scoperta di mondi nuovi, di nuove genti e di nuovi costumi. E’ un invito a trovare il gusto della scoperta tramite un percorso che può essere fatto anche a pochi chilometri da casa e non solo nelle commerciali mete caraibiche. La bellezza del Mediterraneo si può scoprire anche visitando non da turista frettoloso i mille borghi costieri che arricchiscono e che hanno fatto grande questo mare.


La grande stagione della colonizzazione greca che cosa aggiunse nell’antichità sul piano della conoscenza e della capacità di fruizione di questa immensa "lastra" che è stato ed è il Mediterraneo, che si è lasciato attraversare da popoli, etnie, culture, civiltà diversissime? 


E’ indubbio che la civiltà greca è stata tra le più formative in ambito mediterraneo e mondiale. Ancora oggi possiamo affermare che quei valori continuano ad essere fondanti per la civiltà europea e occidentale. Il metodo speculativo che la cultura greca ha creato e sviluppato costituisce ancora la base del sapere odierno a il motore principale delle grandi scoperte della scienza mondiale. Sarebbe possibile pensare oggi ad un Mediterraneo senza Grecia? O ancora, ad un’Europa senza Grecia? Credo proprio di no.


Un aspetto interessante che il saggio mette in evidenza riguarda la “contrastata” nozione di Medio Evo. L’importante fioritura che come Cordova e Palermo hanno fatto registrare nel periodo arabo ha messo in discussione convinzioni e pregiudizi stratificati da secoli. Al di là della necessità riconosciuta da molti studiosi, di ripensare i criteri della periodizzazione “tradizionali” possiamo dire in sintesi che cosa è stato il Medio Evo per il Mediterraneo e quanto ha pesato quel momento dell'evoluzione storico – culturale e politica sul futuro dell'Europa moderna e contemporanea? 


La percezione del Medio Evo ha risentito fortemente dall’emergere di pregiudizi di carattere storiografico che lo hanno spesso interpretato in funzione conseguenziale ai periodi precedenti e, soprattutto, al classicismo e all’imperialismo romano. Era evidente che dando alla fine dell’impero romano il valore di spartiacque tra un’età aurea e un periodo di decadenza politica e di disgregazione sociale ed economica, i secoli successivi sono stati visti come quelli dell’avvento del buio dopo la luce dello splendore dell’impero. Tuttavia se guardiamo ai secoli che vengono dopo la fatidica data del 476 d.C. e li analizziamo autonomamente e non in confronto con l’antefatto ci accorgiamo che anche in periodi di crisi politica e sociale vi furono grandi realizzazioni culturali, architettoniche ed artistiche, cosa che ha ampiamente dimostrato per prima la storiografia francese.

 

Palermo capitale della cultura 2018


Santuario del passato e laboratorio geologico del presente”, quale sarà il destino di questa immensa “pianura liquida”, come Lei definisce il Mediterraneo di fronte al grande nuovo grande “esodo” dell’età contemporanea, che riempie le cronache e che sollecita tutti a fare i conti con l’alterità etnica, culturale e religiosa? 


Il Mediterraneo è ancora sostanzialmente un mare vivo anche se l’inquinamento risulta essere un problema grave da affrontare con celerità. Tuttavia ancora vaste aree di questo mare mantengono la loro vivacità biologica e un’eccezionale bellezza paesaggistica. Ma non bisogna abbassare la guardia. Oggi il cemento sta per distruggere le coste. Siamo già al 30 % delle coste cementificate. Tale fenomeno non distrugge soltanto vita e bellezza, ma anche cultura e identità. Scompaiono borghi marinari e coste incontaminate dominio di pescatori tradizionali per far posto a condomini turistici anonimi e provi di alcuna identità. Se non si pone un freno a tale tendenza in breve non solo scomparirà la bellezza ma anche la cultura di intere fasce dell’ambiente costiero mediterraneo.   


In ultimo volevo riservare uno sguardo alla Sicilia. Taormina ha ospitato nel maggio scorso il vertice dei G7. Tante le questioni aperte: immigrazione, sicurezza, una globalizzazione, tutte questioni da ripensare anche in rapporto alle troppe diseguaglianze che caratterizzano il nostro tempo. Palermo si sta preparando ad essere capitale della cultura per l’anno 2018. Cosa vuol dire sul piano del rilancio dell’Isola nel contesto di un’Europa che deve al più preso superare il trauma della Brexit e imboccare senza indugi nuovi sentieri di crescita? 


Il riconoscimento attribuito al capoluogo siciliano premia l’indubbio sviluppo che la città ha avuto negli ultimi anni. Indipendentemente dal giudizio politico ciò è dovuto sia ad un oggettivo progresso culturale e sociale della città, malgrado la crisi, ma anche alla lungimiranza del Sindaco Orlando da poco per altro riconfermato, che grazie al suo bagaglio culturale e alle sue frequentazioni internazionali, è riuscito faticosamente a dare alla città una fisionomia ed un’attrattività europea e mondiale. Anche in questo caso non bisogna però cullarsi sui risultati ottenuti. Palermo ha ancora tante carenze: dalla disoccupazione alla pulizia, dalla mancanza di affetto dei propri cittadini alla città alla delinquenza, dalla carenza di strutture culturali alla condizione avvilente dei tanti pregevoli monumenti ancora in pessime condizioni. La speranza è che anche grazie a questo riconoscimento, insieme a quello ottenuto dall’UNESCO, la città possa realmente imboccare la strada della crescita e dell’innovazione, istillando nei suoi abitanti l’orgoglio perduto di essere partecipi di un progetto culturale dal valore universale.



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Note sui poeti arabi siciliani


Relazione di Pino Blasone, 

Libreria Odradek, Roma, 29 settembre 2017

 


Chi volesse riscrivere una storia complessiva della letteratura in Sicilia, forse farebbe bene a intitolarla o sotto-titolarla “Letterature della Sicilia”, a cominciare da quella greca antica fiorita nell’isola mediterranea. Comunque, durante il Medioevo, prima della Scuola Poetica Siciliana convenzionalmente detta, vi fiorì una ricca produzione poetica in lingua araba. Gran merito di averla riscoperta e in parte tradotta, per la verità in un italiano piuttosto antiquato, va riconosciuto allo studioso siciliano Michele Amari, ottocentesco autore della “Storia dei Musulmani in Sicilia” e della “Biblioteca Arabo-Sicula”.

Se e quanto tale produzione abbia potuto influire su quella in siciliano e in italiano della Scuola Poetica Siciliana, a fianco del modello trobadorico europeo, è un problema tuttora aperto, a lungo dibattuto in sede accademica ma di difficile e controversa soluzione. In proposito, si veda la nota bibliografica n. 16, al saggio di Ferdinando Raffaele “Idealità politiche della Magna Curia di Federico II ed esperienze letterarie della Scuola Poetica Siciliana”, in “Federico II e il suo tempo”, di autori vari (Edizioni di Storia e Studi Sociali: Ragusa, 2016).

Fatto sta che attendibilmente la poesia araba non dovette essere del tutto estranea a Dante, estimatore altresì della Scuola Poetica Siciliana. E ancora un poeta toscano tardo-medievale come Petrarca ne aveva sentore, pur facendo mostra di apprezzarla poco a causa di un malinteso pregiudizio ormai classicista. In merito, si legge in una sua lettera indirizzata in latino a Giovanni Dondi: «Arabes vero quales medici tu scis. Quales autem Poetae scio ego, nihil blandius, nihil mollius, nihil enervatius, nihil turpius!»  («Tu sai che medici siano gli arabi; io, quali poeti: quanto di più blando, sdolcinato e senza nerbo, se non turpe!»; in “Seniles”, XII 2). Se Dante e Petrarca furono al corrente della poesia araba in generale, a maggior ragione si può supporre che gli esponenti della Scuola Poetica Siciliana conoscessero la poesia araba di Sicilia e ne abbiano ricavato qualche suggestione.

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Nel solco tracciato da Amari per primo, pubblicazioni recenti antologiche, di vario tenore specialistico o divulgativo, sono: “Poeti arabi di Sicilia”, a cura di Francesca Maria Corrao (Arnoldo Mondadori: Milano, 1987, e Mesogea: Messina, 2002), e “Poeti arabi di Sicilia”, a cura di Carlo Ruta (Edi.bi.si: Palermo, 2001 e 2009). In particolare a quest’ultima fa seguito la sezione “La poesia araba di Sicilia”, in “Poesia araba dalle origini al XIII secolo, dalla Siria all’Egitto, dalla Sicilia all’Andalusia”, con testi critici di Akeel Almarai, Pino Blasone, Paolo Branca, Oriana Capezio (Libri Mediterranei: Scicli, 2015; pp. 111-128): da qui, sono dedotte le traduzioni di Ignazio Di Matteo che saranno recitate nella presente occasione, originalmente in “Archivio storico per la Sicilia” (Vol. I, Palermo, 1935).

I testi tradotti in questione sono dei poeti ‘Abd al-Jabbar ibn Hamdis, Abu ‘Abdallah al-Husayn, Abu Muhammad ‘Abd al-‘Aziz, Abu al-Hasan ‘Ali, Abu Muhammad al-Qasim. Vanno pure ricordati almeno ‘Abd al-Rahman di Trapani, evocante nei suoi versi la bellezza della Palermo dell'epoca, e l’antologista Muhammad ibn al-Qatta. Ma il più noto e originale di essi è Ibn Hamdis, tardo cantore della nostalgia per la sua terra natale, esule dopo la “riconquista” operata dai Normanni sopraggiunti nel 1091 (la dominazione araba sull’isola era durata fin dall’827, con la presa di Mazara del Vallo):

«Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’animo il ricordo./ Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì dal fiore di nobili ingegni./ Se sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia?/ Se non fosse per l’amarezza delle lacrime, le crederei fiumi di questo paradiso» (da “Versi sulla patria perduta”, traduzione di Ignazio di Matteo riportata da Carlo Ruta nella sezione da lui curata “La poesia araba di Sicilia, in “Poesia araba dalle origini al XIII secolo”; si veda sopra).

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Il motivo letterario del rimpianto struggente per il luogo nativo, in una condizione di errante esilio, non era in effetti inedito nella poesia araba, risalendo addirittura allepoca pre-islamica, ma in questo caso esso viene applicato a un diverso e nuovo contesto, a un orizzonte nient'affatto desertico. Poeta anche d’amore più tradizionalmente inteso – un sentimento o passione più o meno “cortese”, tema poi sviluppato e declinato in altra lingua dai poeti della Scuola Poetica Siciliana –, in ogni caso Ibn Hamdis è quello che maggiormente si presta a una lettura di respiro mediterraneo della sua opera, in senso lato e aggiornato.

Non accidentalmente, già il su citato patriota liberale, storico e arabista Michele Amari, nella sua “Storia dei Musulmani in Sicilia” proprio in lui non stentò a immedesimarsi con comprensiva empatia:

«Sotto il bel cielo di Spagna, nelle regioni temperate dell’Affrica settentrionale, il poeta siracusano non obliò mai quel paese “cui la colomba diè in presto sua collana, e il pavone suo splendido ammanto; dove i raggi del sole avvivan le piante d’amorosa virtù ch’empie l’aere di fragranza; dove tu respiri un diletto che spegne le aspre cure, senti una gioia che cancella ogni vestigio d’avversità”. Pur l’alto sentimento che gli facea parer più belle le naturali bellezze della Sicilia, lo ritenne dal tornar a vederla serva; gli dettò versi di rampogna no, ma di compianto e di verità, ch’è primo debito di cittadino alla patria. Ripetendo ed esaltando in mille modi il valore delle persone, ricordava, sospirando, esser morta nel paese la virtù della guerra. E in età più matura sclamava: “Oh se la mia patria fosse libera, tutta l’opera mia, tutto me le darei con immutabile proponimento”».

Ciò che in tempi attuali non ci sentiamo di poter condividere, francamente, è una sia pur romantica esaltazione della “virtù della guerra”. Forse mai come oggi, peraltro, ci tocca assistere a, o tornare a subire strascichi e contraccolpi di, guerre senza virtù. Possa magari la conoscenza di una poesia, che fu espressione di un incontro culturale a oltranza, funzionare da riflessivo antidoto nell’intimo delle coscienze. Già di per sé, il riconoscimento di un’essenziale universalità dei sentimenti può infatti essere un passo iniziale, sulla via di un’auspicabile convivenza civile fra diverse etnie, religioni, culture.

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Piace quindi proseguire con pochi mesti ma significativi versi da una lunga “qasida”, cioè ode, di Abu Muhammad al-Qasim, ben Abdallah al-Tamimi, poeta del secolo undicesimo compreso nell’antologia di Ibn al-Qatta, nella traduzione di Ignazio Di Matteo riportata da Carlo Ruta nell’antologia da lui curata “Poeti arabi di Sicilia”, qui con appena un paio di ritocchi: «Noi siamo amici solo se siamo senza elmo né corazza, quando un giorno le battaglie lasciano riposare le loro lance./ Noi andiamo la sera e la mattina per cose tali, che, se un sognante ne scorgesse una parte, egli non tornerebbe a dormire».

Altrove, in una “Elegia per suo figlio”, pure parzialmente riportata da Carlo Ruta nella sezione “La poesia araba di Sicilia” di “Poesia araba dalle origini al XIII secolo”, lo stesso Abu Muhammad al-Qasim è indotto o si lascia andare a considerazioni non prive di amara ironia, le quali possono riferirsi tanto alla sua quanto alla nostra epoca, senza nemmeno un eccessivo sforzo di adattamento: «Ci è gradito essere in pace con le notti, ma questa permanenza in pace dà nuove guerre. /.../ Sembra che il tempo sia fatto d’ignoranza; perciò il suo più gran nemico è un uomo dotto».

Un moderno commento può essere interrogarsi su come vada interpretata la definizione “uomo dotto”, se uomo di dottrina o persona colta. Al giorno d’oggi, si tende a preferire la seconda accezione, in quanto soggetto in grado di evolvere un discorso critico ragionevole, anziché detenere e cercare di imporre un sapere dottrinario, qualsiasi esso sia. Anzi, non di rado una tale accezione viene recepita come antitetica rispetto alla prima. Sotto questo aspetto, non c’è dubbio che l’“uomo dotto” venga sovente avvertito – ingiustamente – come un nemico del proprio tempo, ancor più che del tempo in astratto. Allora sì, verrebbe quasi da parafrasare, “uomini dotti” di ogni tempo e luogo, o appartenenti a differenti identità collettive, unitevi...

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Circa una tale identità collettiva di appartenenza, già fra i poeti arabi siciliani sussistevano diverse priorità sentimentali. Infatti, Abu Muhammad al-Qasim esclamava: «In Mecca è il mio amico, in Al-Husayb il mio fratello, ed in Cairo mio figlio; a lui le nuvole diano da bere!/ …/ Non sarei il più infelice d’Occidente, se non appartenesse ad esso la Sicilia». Ma, è pur vero, con stoica e cosmopolita accettazione del destino avverso, un altro come Abu al-‘Arab Musab riconosceva nel suo forzoso esilio, dopo dopo la “riconquista” da parte dei Normanni: «E tu patria, poiché mi abbandoni, me ne andrò a star nei nidi delle aquile generose!/ Di terra io nacqui e tutta la Terra m’è patria; tutti gli uomini son miei congiunti!» (traduzioni rispettive di Ignazio Di Matteo e Michele Amari, in “Poeti arabi di Sicilia” a cura di Carlo Ruta, opera citata).

Con allusivi garbo e misura, a volte tuttavia la curiosità culturale si chiama fuori da possibili e penose polemiche, in accordo con quella filosofia e quella scienza arabe, d’altronde di ampia derivazione ellenistica. È il caso di questo cammeo di Ibn Hamdis, apparentemente consistente nella descrizione di uno strumento allora innovativo, quale una lente ottica d’ingrandimento:

«Ecco un ruscello congelato, portato dalla mano, nel quale si tuffa l’occhio a pescare le parole del sapere./ Veste le righe di splendore, quando sono nelle tenebre, come se da esso scaturisse una sorgente di luce./ …/ Così fa l’intelligenza d’uomo, penetrante, la quale fa larga breccia nell’enigma difficile a spiegare./ Che valido aiuto per il vecchio, la cui vista è stanca, ai cui occhi la vecchiaia rimpicciolisce la scrittura!» (in “Altri versi”, traduzione di Celestino Schiaparelli riportata da Carlo Ruta in “Poeti arabi di Sicilia”, opera citata).

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Federico Borderline

 

 

Recensione di Rossana Barcellona

“La Sicilia”, 9 dicembre 2016

 

Federico II e il suo tempo è un libro scritto da quattro studiosi con competenze specialistiche diverse, che tuttavia offre il profilo compatto di uno dei personaggi più discussi del Medioevo. Nel vasto scenario degli studi federiciani, Federico II e il suo tempo sembra il libro che mancava. Cioè sta nella linea editoriale dell’alta divulgazione, che costituisce a mio parere una delle più serie scommesse della cultura contemporanea: riuscire cioè a creare una circolazione dinamica e fluida tra saperi, senza palizzate a separare: la ricerca dalla didattica; la scuola dall’università; il mondo universitario dal territorio. Questo Federico II è un libro agile, informato e ricco, scritto in un linguaggio sostenuto ma non faticoso, con una bibliografia di base ma aggiornata, denso di stimoli. Si tratta di un format editoriale che riscuote già da tempo un certo successo e può essere idealmente collocato nel solco delle fortunate collane di importanti case editrici come ‘Farsi un’idea’ del Mulino e ‘Prima lezione di’ della Laterza. Libri essenziali, affidati a specialisti dall’alto profilo scientifico, che guidano il lettore verso tanti grandi temi del mondo contemporaneo, variamente radicati nel passato, non lesinando proiezioni stimolanti dentro i dibattiti storiografici ma anche dentro i dibattiti dell’attualità.  Federico II e il suo tempo ha una coerenza interna che ne agevola la fruizione. E per questo se ne possono ricavare alcune linee che lo caratterizzano prescindendo dai singoli saggi, che presentano rispettivamente quattro nodi fondamentali. In ordine: T. Sardella discute la parabola politica di Federico nelle dinamiche dei poteri e dei conflitti medievali ai quali si intreccia e con i quali si misura; C. Ruta presenta l’avventura storiografica di un Federico polimorfo per natura, per condizione storico/geografica, ma polimorfo anche per le diverse prospettive ideologiche e metodologiche di chi ne ha scritto; F. Maurici offre un approfondimento sul capitolo siciliano di Federico, attento al più ampio quadro delle sue ‘relazioni internazionali’; F. Raffaele ci invita alla corte (o meglio alle corti) di Federico e ci introduce alle politiche culturali per concentrarsi sulla Scuola Poetica Siciliana, rivalorizzata come alveo fecondo della tradizione letteraria italiana. Le linee sulle quali il libro invita alla riflessione sono varie, ma tre sono quelle che mi preme segnalare. In primis il protagonismo del papato, cioè del Cristianesimo Cattolico, che rinvia al tema del processo di occidentalizzazione del cristianesimo, un tema antico e medievale tornato di grande attualità anche per la questione delle radici europee, e sul quale la storia medievale di Federico apre squarci dirimenti. L’altro tema guida che attraversa il libro è quello sollecitato dalla declinazione plurale del suo profilo, dalla sua posizione borderline tra culture, tra religioni e nelle geografie del tempo. A partire da Federico, il libro offre un paradigma assai utile per una generale comprensione di cosa siano e come si muovano i percorsi delle ‘scritture storiche’. Infine, ultimo filo rosso, al quale mi conducono espressioni sparse in queste pagine, è quello del confronto multiculturale e multietnico letteralmente iscritto nel DNA di Federico: normanno per parte di madre, svevo-burgundo per discendenza paterna. Ebbe l’imprinting dell’educazione cristiana ma venne a contatto con riti costumi e pratiche islamici. La conduzione della sua anomala crociata è un’esperienza storica che va conosciuta e compresa in questa chiave. Il libro ci racconta abbastanza per capire che a prescindere dalle valutazioni del suo operato, e dai chiaro-scuri della sua esistenza, Federico è un personaggio che non può non incuriosire i lettori contemporanei. E la conoscenza critica della sua vicenda, alla quale il libro ci avvia, mostra come la storia sia uno strumento cognitivo, una chiave per stare al mondo in modo forse più consapevole e critico.

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 6 settembre 2016 |
Le “svolte” della sinistra. L’utopia del possibile di Achille Occhetto

di Gianfranco Massetti 
www.quipadernodugnano.info

Bella la recensione di Gianni Cuperlo, sull'Unità del 31 agosto, del libro di Achille Occhetto:”L'utopia del possibile.Una conversazione con Carlo Ruta”, EdS.  Io, a differenza di Cuperlo la “svolta” occhettiana non l'ho sostenuta, anzi l'ho contrastata a Paderno Dugnano.   Io quella vicenda l'ho vissuta e la leggo così: la battaglia contro la svolta di Occhetto (1989-1991) andava fatta, forse come meglio  diceva Asor Rosa e Bassolino e come inizialmente l'aveva pensata Ingrao; non con la fusione nella “terza mozione” con i cossuttiani. Una battaglia per il rinnovamento in un moderno partito di sinistra più che una battaglia per mantenere il simbolo con la “falce e il martello”, come nelle intenzioni “retrò” dei cossuttiani. Ma tant'è. Sappiamo come è andata. E come si è riproposta, non molto diversamente, nei DS al momento della “fusione fredda” con il PPI con la nascita del PD nel 2007-208. Anche lì la battaglia era per mantenere (e rinnovare) un legame forte con la sinistra europea e italiana che appariva scolorirsi nel pensiero veltroniano. E anche oggi si ripropone dentro il PD per mantenere e rinnovare i segni e i legami con il pensiero di una  sinistra italiana e europea smarrita e che va ripensata. Non provenendo io dalla tradizione  culturale del PCI, come molti ex-pci diventati improvvisamente nuovisti con Occhetto, modernisti con Veltroni e liberali con Renzi, ho sempre pensato che un partito sia uno strumento. Un mezzo e non un fine. Qui stava la differenza storica tra stalinismo e sinistra europea. E qui sta tra una sinistra laica ed una “a pensiero unico”. Inoltre chiara è sempre stata la nostra consapevolezza che in Europa questo mezzo, questo strumento sono i partiti di massa, non i partiti liquidi. Tutti i partiti “a sinistra” fino all'estremo Labour inglese e PD americano. Lì convivono e si confrontano idee diversissime ma che tutte contribuiscono a far vincere una parte. Si pensi al programma del “socialista” Sanders e la liberalismo filo wall-street della Clinton. Ecco io penso che il nostro “compito storico” sia stato (e ancora sia) non solo e non tanto far vincere “comunque” un partito. Anche questo certo ma soprattutto mantenere dentro un partito di massa quegli orientamenti e quelle politiche che servono alle classi lavoratrici, alle classi subalterne e a quelle più indifese. Certo bisogna sapere che in caso di conflitto si dovrà scegliere! Un conflitto che si è già aperto nella storia e che si può riaprire tra partito e masse, tra partito e classe, tra partito e lavoratori, tra partito e democrazia? In quel caso? Nessun dubbio: sempre dalla parte del popolo. Non mi appartiene il motto stalinista: ” è meglio avere torto col partito che ragione contro il partito”. Il tema della cittadinanza del  dissenso dentro le sinistre lo abbiamo già affrontato e, in qualche misura, risolto  almeno dal 1969 con  l'editoriale di Luigi Pintor che diceva “Praga è sola”.


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Federico II: «moderno» o medievale?


Relazione di Carlo Ruta su Federico II e il suo tempo (Maurisi, Raffaele, Ruta, Sardella) 

Incontro al Castello Ursino, Catania, 11 novembre 2016

 


Federico fu un imperatore medievale, come vogliono David Abulafia e, con significsti del tutto diversi e perfino opposti, Franco Cardini, o fu, al contrario, il regnante che, con un anticipo di oltre due secoli, per certi versi gettò le basi dell’assolutismo illuminato, un fautore quindi della moderna concezione dello Stato, come voleva Kantorovizc, e come sembra convenire, in qualche misura, Wolfgang Stürner? Alla luce di tanti elementi, questa potrebbe essere considerata una domanda debole, ma costituisce uno dei nodi su cui si è concentrato maggiormente il dibattito in età contemporanea; vale perciò la pena di entrare nel merito dei problemi interpretativi che ne stanno a capo. Nel mio breve saggio presente in Federico II e il suo tempo (Edizioni di Storia, 2016) cerco di affrontare questo problema, ancora aperto, e lo faccio a partire da una disamina delle storiografie che si sono succedute nel ventesimo secolo, fino alle più recenti elaborazioni, appunto, di Stürner, autore di una straordinaria monografia sull’imperatore svevo, e di Franco Cardini.


L’immagine di Federico che ho cercato di definire è quella di un regnante eclettico e ambiguo,nell'accezione più complessa, negli orizzonti di un periodo, il XIII secolo, che si colloca nella cosiddetta età di mezzo e che presenta tuttavia ambiguità radicali, pur non trattandosi di un secolo di frontiera, e forti testimonianze di eclettismo culturale. Si può definire quindi l’immagine di un regnante che non appare essere espressione di un’epoca nel senso esteso del termine, del medioevo o della modernità, in una chiave, si direbbe, di longue durée, né tempi precedenti al suo, ma espressione di un tragitto temporale definito: quello, appunto, del XIII secolo.


Questo secolo era ancora tempo di crociate contro l’Islam, ma anche di importanti interlocuzioni culturali, filosofiche e scientifiche tra cristianità e mondo musulmano. Era l’età d’oro dei Comuni e dei mercanti che facevano la spola tra Oriente e Occidente, che innovavano e rendevano più complesso l’ordito delle società, dei centri urbani e delle economie, ma, raccogliendo l’eredità dei due secoli precedenti, era anche la stagione in cui il contenzioso tra impero e papato, tra guelfi e ghibellini, infiammava l’Europa e sfociava in conflitti particolarmente sanguinosi. Era il secolo di Alfonso X di Castiglia, detto il Savio, che, del tutto autonomamente e da altre prospettive, si trovò a riprendere per certi versi le progettazioni letterarie, interculturali e scientifiche di Federico, con l’istituzione, soprattutto, della celebre scuola di traduzioni di Toledo. Era un secolo sanguinoso, in cui infuriavano in Spagna le battaglie della riconquista e in varie parti dell’Europa ardevano i roghi contro le eresie, ma era anche il tempo di Francesco d’Assisi, di Tommaso d’Aquino, dei primi grandi esperimenti linguistico-poetici in volgare illustre, dei “siciliani” e dello Stil Novo, dal quale avrebbe avuto origine il percorso lirico di Dante Alighieri.


Ecco, ritengo che Federico e le sue politiche, incluse quelle che produssero nel 1231 le Costituzioni di Melfi, vadano inquadrati in questo contesto, e che siano perciò espressione di un momento particolare, ambiguo appunto, e ricco di complessità; espressione insomma di una precisa temperie culturale, su cui ritengo che la ricerca storiografia abbia ancora tantissimo da dire. Vorrei però aggiungere qualcosa, un nuovo paragrafo direi, al mio contributo, che credo possa corroborare il ragionamento fin qui fatto. Ritengo, in particolare, che una ricognizione sui modi in cui il monarca svevo venne percepito e rappresentato nell’ultimo snodo di quella che viene detta età di mezzo e nei primi secoli della modernità possa aiutarci a definire meglio la complessità del problema interpretativo, che nelle storiografie odierne ondeggia appunto tra il Federico regnante medievale e Federico prefiguratore della moderna monarchia.


Dante Alighieri, fautore della monarchia universale, nel De Vulgari Eloquentia, prestò una certa attenzione scuola poetica e linguistica siciliana di Federico, ma significativamente, pur essendo appunto un fiero ghibellino, nella Commedia condannò Federico all’inferno, accusandolo di essere un miscredente, valorizzando perciò le tesi del Concilio di Lione, che aveva portato, per volere di Innocenzo IV, alla deposizione e alla fine politica dell’imperatore svevo. Federico in sostanza, amato e odiato nella sua epoca, appena mezzo secolo dopo era già percepito come un regnante da archiviare: anche, appunto, da prospettive ghibelline. E nei due secoli successivi, mentre cominciavano a delinearsi i caratteri della modernità, l’immagine di Federico II manteneva pressoché inalterati i suoi aspetti pregiudizievoli. Il cronista Giovanni Villani, mercante fiorentino vissuto tra il 1276 e il 1348, portatore di idee allora piuttosto avanzate, potremmo dire “borghesi”, dipingeva dell’imperatore svevo i tratti diabolici e le condotte disumane. E Leonardo Bruni nei primi due libri delle Historiae Florentini populi, composte nella prima metà del XV secolo, dava una rappresentazione ugualmente truce della personalità federiciana. L’immagine corrente era insomma quella di un regnante del passato, che non poteva costituire alcun modello per il presente. Si può ovviamente discutere su quanto fossero influenti in questa rappresentazione i radicalismi che potevano ancora permeare l’immaginario cristiano. Ma il dato rimane essenzialmente quello di una archiviazione storica, proprio al sorgere di quella modernità che secondo alcuni interpreti avrebbe dovuto costituire l’orizzonte naturale e culturale entro cui poteva essere compresa e con cui poteva essere compatibile l’azione federiciana. E in questo senso una fonte assai significativa non può che essere quella di Niccolò Machiavelli, uomo del Rinascimento, vissuto tra il XV e il XVI secolo, interprete chiave dei bisogni ideologico-politici della prima modernità.

 

Nella sua opera più celebre, Il Principe, il segretario fiorentino, nel tracciare il paradigma del monarca forte, in grado di governare e regnare su un paese e sui suoi sudditi oltre i dettami dell’etica e dell’autorità religiosa, riconsiderata quest’ultima come instrumentum regni, non fece alcun riferimento a Federico II e alle Costituzioni di Melfi (cavallo di battaglia, queste ultime, degli interpreti “modernisti” dell’Otto-Novecento), ma trasse dal suo tempo, dai focosi condottieri italiani che offriva l’epoca e da uno in particolare, Cesare Borgia, il decisionista duca Valentino, il modello del Principe.

 

Machiavelli conosceva bene la vicenda federiciana. Parlò dell’imperatore svevo, ad esempio, nelle sue Istorie fiorentine, per dimostrare quanto la sua condotta ostile verso il papato fosse risultata dannosa, alla fine, per la repubblica fiorentina. Egli scriveva: "E stette Florenzia in questi travagli infino al tempo di Federico II, il quale, per essere re di Napoli, potere contro alla Chiesa le forze sue accrescere si persuase; e per ridurre più ferma la potenza sua in Toscana, favorì gli Uberti e i loro seguaci: i quali con il suo favore, cacciarono i Buondelmonti, e così la nostra città ancora, come tutta Italia più tempo era divisa, in Guelfi e Ghibellini si divise"[1]. Ma a fronte di questa conoscenza, il modello monarchico incarnato da Federico è del tutto assente in un discorso paradigmatico, quello del Principe appunto, in cui, se ci poniamo ancora nelle logiche di Kantorovizc, il modello federiciano avrebbe dovuto incasellarsi in maniera naturale. Anche questo corrobora allora l’assunto di una discontinuità storica, che non sembra consentire un recupero dell’imperatore svevo in logiche che non siano quelle proprie del tempo di Federico, cioè del XIII secolo, un tempo appunto ambiguo e fortemente attraversato da eclettismi.

 

Federico può essere agevolmente interpretato in sostanza come espressione di una stagione che non disdegnava l’interculturalità, le relazioni culturali, lo scambio per interesse. Appare forzata invece la tesi della “fuga in avanti” di un monarca rispetto al suo tempo, che coniugava appunto oscurantismi e fervori culturali. Come osserva Cardini e come viene bene argomentato da Teresa Sardella nel suo saggio, Federico incarnava una tradizione lunga, universalista, che faceva capo all’elaborazione giuridica romana. Le Costituzioni di Melfi, tese a rafforzare il potere centrale, facevano espresso riferimento al Codex di Giustiniano. Ma doveva essere in primo luogo il presente, con le sue ambiguità, le sue contaminazioni e le sue interlocuzioni, ma anche con le sue radicalità, a caratterizzare in modo peculiare e per certi versi irregolare l’azione complessiva, ambigua appunto, di Federico.

 

La scoperta in chiave modernistica di Federico incomincia diversi secoli dopo, in epoca illuministica, soprattutto con Pietro Giannone. Nella sua Istoria civile del Regno di Napoli del 1723, mentre contesta i limiti delle tradizioni storiografiche passate, viziate dallo scontro ideologico tra guelfi e ghibellini, il pensatore napoletano parla di Federico come di un regnante che disegnò per certi versi il modello dello Stato moderno. E in questo quadro, in nome della ragion di Stato difende il monarca svevo dalle accuse che da secoli gli muovevano gli ambienti guelfi. Scriveva: "Se egli fu crudele contro alcuni prelati, e più contro frati e monaci, ben nel corso di questo libro si son vedute le cagioni di tanta severità, e le occasioni dategli d'usarla. Né deve riputarsi estraneo alla potestà del principe, quando si mova con giuste cagioni, e principalmente se lo faccia per ragion di stato, d'esiliare i vescovi, discacciargli dalle loro sedi, imprigionare i frati, ed incrudelire contro di essi, quando sono perturbatori dello stato e della publica quiete" (Op. cit., 1723, p. 144).

Giannone segnava per certi versi il momento di avvio di un rovesciamento paradigmatico che venne operato dalla storiografia di Jacob Burchkardt nel secondo Ottocento e, in maniera decisiva, da Ernst Kantorowicz, nel primo Novecento. Ma la storia del passato federiciano a quel punto, non più animata e dettata dallo spirito guelfo e da quello ghibellino, serviva soprattutto a supportare le aspirazioni e le ideologie del presente: da quelle nazionalistiche dei risorgimenti ottocenteschi all’ideologia di sacralizzazione del capo che ritroviamo già, in buona misura, nell’elaborazione di Kantorowizc, andata in stampa, significativamente, nel 1928, cioè quando cominciava a tramontare in Germania la Repubblica di Weimar e si profilavano già i tempi tragici del nazismo hitleriano.



[1]  (Machiavelli, Istorie fiorentine, in N. Machiavelli, Opere,  a cura di Ezio Raimondi, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 415).

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Articolo-intervista uscito sul partale istituzionale della Universidad del Pais Vasco  (IPV/EHU) Spagna, su Autogoverno e autonomia. Baschi e siciliani a confronto, 23 settembre 2016


La Europa política tiene una perspectiva de siglos, no nace de un acuerdo de después de la II. Guerra Mundial


El País Vasco y Sicilia parecen dos comunidades con pocos elementos en común, aparte de encontrarse situadas en Europa; pero es, justamente, en el marco de esa pertenencia a Europa donde han desarrollado una historia, unas instituciones y una organización política con muchos ingredientes similares. De hecho, ambas son regiones con un gran autogobierno e importantes competencias exclusivas. El libro recién presentado 'Autogoverno e autonomía. Baschi e siciliani a confronto' escruta estas dos realidades, las luces y sombras de dos formas contrapuestas de desarrollar el autogobierno.


Esteban Anchustegui, profesor de Filosofía Política, y Joseba Agirreazkuenaga, catedrático de Historia, ambos miembrosdel grupo de investigación Biography and Parlament de la UPV/EHU, junto con Marcello Saija, profesor e investigador de Ciencia Política y Relaciones Internacionales de la Universitá degli Studi di Palermo, revelan en esta entrevista que las experiencias de autogobierno de las regiones no son una excepción en Europa, sino la norma. Unas instituciones éstas, además, que "refuerzan" la conciencia de ser ciudadanos europeos. "Reivindicamos el papel del autogobierno de las comunidades que se autogobiernan, donde los ciudadanos se autodeterminan controlando las políticas que se realizan y la gestión de los recursos, ejercitan la ciudadanía a través de los representantes de esos parlamentos, y tienen la conciencia de ser europeos desde la cercanía".

¿Qué diferencias hay entre la autonomía de País Vasco y de Sicilia?

Marcello Saija: La autonomía siciliana ha cumplido 70 años en 2016. Y hay que hacer un análisis sin piedad de los males de esta autonomía. Sicilia tiene sobre el papel unas competencias exclusivas (entre ellas, la fiscal, agricultura, turismo, sanidad…), diferentes al del resto de las regiones italianas. Tenemos competencias exclusivas, sí, pero no las aplicamos. La clase dirigente, por ejemplo, ha preferido no aplicar la competencia fiscal. Sin responsabilidad en la gestión, el peso de la corrupción que rodea la administración lo paga el gobierno central, así la políticos locales no tiene que responsabilizarse. Y lo más lamentable es que, a pesar de que somos un país rico en recursos, somos la región más pobre de Italia. En definitiva, para los dirigentes políticos locales ha sido y es más cómodo decir que los males de Sicilia son culpa de Roma. Confrontar la autonomía siciliana con el autogobierno vasco ha sido muy esclarecedor. Nos dimos cuenta que teníamos un problema cultural, mientras que los vascos utilizaron el autogobierno para beneficio del interés general, los sicilianos lo utilizamos para privilegiar a grupos de poder, al interés de poco.

Esteban Anchustegui: Básicamente indica que los 70 años de autonomía siciliana han servido, más que para hacer más ciudadanía desde la responsabilidad de la gestión, para establecer una relación más clientelar entre Roma y los políticos sicilianos. Por contra, ven que nosotros (los vascos) hemos asumido todas nuestras competencias, que incluso deseamos aumentarlas, y que nos hacemos responsables para bien o para mal de su gestión. El autogobierno fiscal es un claro ejemplo de ello, donde, si recaudamos más, disponemos de más dinero para administrar los servicios públicos. Y, del mismo, modo, si no lo hacemos bien, el riesgo es nuestro. La pregunta que se hace Marcello Saija es si ellos serían capaces de asumir ese riesgo unilateral o prefieren quejarse y decir que es Roma o el ‘norte' rico el que les trata mal.

¿Autonomia=Autogobierno?

Joseba Agirreazkuenaga: El libro tiene una virtud, que, más allá de las contribuciones de cada uno, intenta ser un confronto entre conceptos como autonomía y autogobierno. Parecen que significan lo mismo, pero son dos conceptos diferentes en el análisis político: autonomía, puede ser entendida como algo otorgado  y limitado por alguien; por contra, autogobierno, significa que uno asume con plena responsabilidad la gestión de la cosa pública y la ejerce plenamente en correspondencia .

Marcello Saija: Los juristas medievales diferenciaban los dos conceptos. Para ellos el autogobierno tenía  el carácter originario de un pueblo que decide autogobernarse; la autonomía, se correspondía con una delegación.

¿Cómo encajan las regiones con autogobierno en Europa?

Esteban Anchustegui: Ahora, cuando se habla de Europa, se mencionan las diferencias entre el norte rico y el sur pobre, se analizan las razones del Brexit... y nosotros consideramos que tenemos que reivindicar el papel de las regiones en Europa. Así, en contraposición a la Europa de los Estados, tenemos que demandar, en nuestros congresos, trabajos,MÁSTERES… la Europa de las regiones. Si no se hace una Europa así, corremos el riesgo de fomentar una Europa dividida, fruto de la competencia entre Estados ricos y pobres. Por el contrario, si consideramos la existencia de una identidad europea que subraya la importancia de las regiones o naciones que la componen, también estaremos en disposición de hablar de una Europa representada por estas identidades y sus representaciones. En este sentido, reivindicamos el papel del autogobierno de esas regiones que se autogobiernan, donde se optimizan mejor los recursos y se gestiona desde la proximidad, y donde sus ciudadanos, a través de los representantes de esos parlamentos regionales, tienen la conciencia de ser europeos desde la cercanía. Cuanto más conozcamos desde la academia estas diferentes realidades, más estaremos aportando a esa conciencia de ser y actuar como europeos.

Joseba Agirreazkuenaga: las regiones europeas con capacidades legislativas están representadas en CALRE ("Conference  of  the  Regional  Legislative Assemblies  of  the  European  Union"  [Conferencia  de  Asambleas  Legislativas   Regionales   de   la Unión   Europea]). No es un desiderátum, es una realidad a nivel europeo,. La CALRE está integrada por 74 asambleas regionales de ocho Estados miembros de la Unión Europea: Alemania, Austria, Bélgica, España, Finlandia, Italia, Portugal y Reino Unido. Estos parlamentos con competencias legislativas en Europa, ofrece un mapa político de Europa un poco diferente. Nos corresponde a los académicos comparar esas realidades, y gracias a trabajos como este, podemos tener una visión de la Europa política de largo alcance. La Europa política tiene una perspectiva de siglos, no ha nacido con nosotros, no nace de un acuerdo de después de la II. Guerra Mundial (Si bien hay que poner en valor el tratado de Roma de 1957, que arranca de una dolorosa experiencia, mas vale cooperar que hacer la guerra). Desde la ciencia política, y mucho más por parte de los políticos, el proyecto europeo con frecuencia aparece como algo coyuntural, Nos corresponde a los académicos introducir perspectivas de largo alcance y reflexión: analizar el pensamiento político de la baja edad media, de la historia moderna hasta el presente y fomentar los valores europeos.

Marcello Saija: Esta Europa de los estados se tiene que refundar. No es reconocida por  los ciudadanos europeos. Tiene un déficit democrático y solo podrá continuar si reivindica la identidad de los pueblos, y refuerza el papel de las regiones.

 

Marcello Saija, Esteban Anchustegui y Joseba Azkuenaga (Presidente de la ICHRPI ([International CommissionFOR the History of Representative and Parliamentary Institutions], fundada en 1936) organizaron el pasado abril en Palermo el workshop titulado El autogobierno y la autonomía en la representación política de los Estados de Europa de forma conjunta entre el Departamento de Ciencia Política y Relaciones Internacionales de la Universitá degli Studi di Palermo y el Grupo de Investigación Biography & Parliament Research Group de la Universidad del País Vasco/Euskal Herriko Unibertsitatea. El objetivo de estas jornadas fue discutir las diferencias entre autonomía y autogobierno a través del análisis de su recorrido histórico y de las diferentes autonomías en los estados europeos, haciendo, en esta ocasión, especial hincapié en los casos vasco y siciliano. De esta experiencia y las conferencias ofrecidas en la misma surge la publicación del libro Autogoverno e autonomía.

La obra es, asimismo, uno de los primeros frutos del convenio firmado entre la UPV/EHU y la Universitá degli Studi di Palermo, y el trabajo en común traerá consigo la posibilidad de intercambio entre alumnos, docentes, proyectos de investigación europeos,MÁSTERES, programas de doctorado, etc. El objetivo es aumentar la sensibilidad existente hasta el momento y producir una élite que investigue, se capacite y trabaje por el autogobierno en diferentes partes de Europa.

Autores de Autogoverno e autonomía: Baschi e siciliani a confronto: Saija, Marcelo; Anchustegui Igartua, Esteban; Armao, Gaetano; Agirreazkuenaga; Erkoreka, Mikel; Urquijo, Mikel; Belaustegui, Unai; Onaindia Martínez, Aritz; Giurintano, Claudia; Muscolino, Salvatore; Cordaro, Federica; Corselli, Manlio; Riolo, Claudio; Saija, Francesco.

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Mediterraneo tra passato e presente. Una riflessione


Sebastiano Tusa

Dalla presentaz. di Primo Mediterraneo - Avola 14 maggio 2016



Il Mediterraneo rappresenta un’interazione tra vari elementi che ne hanno stimolato e condizionato le dinamiche storiche e popolazionali. Una caratteristica è l’estrema frammentazione dei paesaggi di terra e di mare che si parcellizza in microregioni che dinamicamente mutano aspetto e confini dando luogo a quelli che oggi chiamiamo borghi marinari. Tale dinamica territoriale è ulteriormente accresciuta dall’incertezza climatica (siccità contrapposta a estrema piovosità stagionale) anche se è bene ribadire che dare importanza al clima nel cambiamento culturale non deve farci cadere nell’ingenuità del determinismo. “Il clima non è il destino. Rivela l’ingegno e la creatività dell’uomo”.

La dinamica territoriale del Mediterraneo è accresciuta anche dall’instabilità morfologica (terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, alluvioni etc.). Ciò ha da sempre stimolato il dinamismo nella diversificazione delle attività produttive e l’inventività della comunità rivierasche nei rapporti con il territorio.

Se a questo quadro di estremo dinamismo sovrapponiamo la connettvità prodotta dal mare comune ne deriva la base per la formulazione del concetto di civiltà mediterranea e la conseguente facile ed intensa circolazione di genti e merci in questo mare almeno a partire dal neolitico. Il Mediterraneo ha stimolato le sue genti rivierasche al continuo movimento quasi che per sopravvivere o vivere meglio fosse sempre stato necessario spostarsi e/o emigrare.

Nel Mediterraneo la continuità è paradossalmente basata sulla discontinuità nella vita e nell’attività delle sue genti. Per dirla con Lévi-Strauss: “non sono le somiglianze, ma le differenze che si somigliano”.

Il Mediterraneo è stato, pertanto, uno spazio in continuo mutamento dove si creano e si dissolvono reti popolazionali, economiche, politiche, simboliche etc. che coinvolgono contribuendo a plasmare e creare analogie comportamentali.Per dirla con P.Horden e N.Purcell il Mediterraneo è un mare che corrompe anche se la parola Mediterraneo compare soltanto nel 200 d.C.

 Ma potremo ancora parlare e godere di Mediterraneo nel futuro? La nostra generazione potrebbe essere l’ultima a godere dell’archeologia del Mediterraneo.

1/5 della costa mediterranea è cementificata o asfaltata (in alcune realtà come Maiorca addirittura al 50%). 

Quale può essere l’apporto della conoscenza dell’antica storia  panmediterranea al suo presente e al suo futuro; da quali pericoli dovremmo guardarci?

Dobbiamo mettere in risalto il cosmopolitismo opposto alle deviazioni nazionaliste. Il Mediterraneo non deve essere un mare di conflitti bensì di cooperazione? (J.Fischer).

Le dichiarazioni di Barcellona (1995, 2008) esaltano i valori della vicinanza, del pluralismo, della democrazia, dei diritti delle minoranze, del dialogo per i  commerci, per l’abolizione delle dogane, per l’immigrazione e per la lotta al terrorismo.

La storia antica del Mediterraneo può essere utile per il presente esaltando la sua parte più antica prima che diventasse cabina di pilotaggio delle religioni monoteiste e desse adito alla nascita delle griglie violente basate sulle identità nazionali  e etniche viste non come valore, bensì come elemento di sopraffazione.

La storia più nobile ed istruttiva del Mediterraneo è costituita dal suo “arazzo di tradizioni”, dal suo “caleidoscopio di reti di persone e pratiche in continuo mutamento”. “Da queste reti, non da singoli snodi formativi e inflessibili, sono emersi i gruppi e i confini concreti che abbiamo ereditato e reificato attraverso una mescolanza di autoidentificazione e categorizzazione da parte di altri. La lezione nobile della storia mediterranea si basa sul superamento di tali categorie recuperando la memoria di quei momenti nei quali il processo dinamico di integrazione ha prodotto i semi della civiltà mediterranea.

 In generale, come luogo di mobilità, incontro e continuo cambiamento, l’antico Mediterraneo costituisce un buon punto di osservazione, istruttivo e persino moderatamente ottimista, per lo studio del mondo.

 


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L’altopiano ibleo come luogo di scontro e incontro di 


popoli tra la prima e la seconda età del ferro 


 

di Pina D’Alatri

Da www.ragusaoggi.it 

 

Viene dai lontani anni ’70 l’interesse del Professore Massimo Frasca nei confronti del complesso montuoso-collinare ibleo e dei suoi antichi abitanti. Dal professore Giovanni Rizza gli fu assegnata una tesi di laurea affascinante: lo studio della necropoli del Monte Finocchito presso Noto, esplorata alla fine dell’800 da Paolo Orsi. A distanza di vari decenni, divenuto ormai  professore di Archeologia della Magna Grecia e Sicilia presso l’università  di Catania, Massimo Frasca riprende in mano le “usate” carte, arricchite da recenti contributi di eminenti studiosi, da splendide fotografie e da accurate cartine topografiche e dà alle stampe l’agile volumetto: Archeologia degli Iblei ( 2015, Scicli, Edizioni di Storia e studi sociali, pp 189) .

Lo studio tende a definire in un’area campione, quella della Sicilia Iblea, i rapporti tra le popolazioni indigene dell’isola e i coloni greci,nel periodo compreso tra la prima e la seconda età del ferro. Tra le fonti letterarie, la voce più autorevole, quella dello storico greco Tucidide (La guerra del Peloponneso VI 3, 2-3),  dà un’interpretazione “elleno-centrica” delle vicende che coinvolsero gli antichi abitanti e i colonizzatori greci. Egli parla di scontri violenti, il cui esito fu generalmente la  “cacciata” dei Siculi, bollando con un termine ignominioso, l’onore di un popolo. Tucidide è tardo, rispetto ai fatti narrati, e di parte, quindi poco attendibile. Al popolo dei Siculi, fa riferimento Filisto, antico storico locale, che racconta che un popolo proveniente dall’Enotria, al seguito dell’eponimo Siculo, si stanziò  nelle terre abbandonate dai Sicani  dopo una devastante eruzione dell’Etna. I Siculi non si posizionarono sulle coste, ritenendole poco sicure e malsane ma nelle zone interne dell’altopiano, dove la vegetazione era fitta e rigogliosa. Elaborarono una loro civiltà, certamente non raffinata e sviluppata come quella greca ma non priva d’interesse. Nel ricostruire il percorso di questi popoli, però, è preferibile abbandonare le fonti letterarie e, piuttosto, dar credito alla ricerca archeologica che non fa leva su fittizi valori e disvalori, ma si basa su dati certi.

I reperti rinvenuti nelle necropoli indigene di Villasmundo, Monte Finocchito, di Cuciniello-Rito (Ragusa), etc. riescono a fornire svariati elementi di comparazione e di indagine. Le sepolture indigene sono quelle a grotticella artificiale, scavate nella roccia e riunite in gruppi sui fianchi delle colline, esse sono plurime e i defunti, in fase più antica, sono piegati di fianco in posizione fetale mentre, in fase più recente, sono distesi sul dorso. Il corredo funebre è un elemento di rilevante importanza per analizzare i rapporti tra le due comunità. Nelle sepolture più antiche non esistono quasi differenziazioni di “status”, solo nei corredi muliebri è evidente una qualche diversità: le suppellettili sono semplici, costituite da vasellame locale e da oggetti ornamentali di ferro o di osso, quali le fibule. Mancano le armi, probabilmente trafugate nelle depredazioni secolari cui furono soggetti i siti in questione. Nelle sepolture più recenti (facies di Pantalica IV-Finocchito), accanto alla prevalente ceramica di tradizione locale, fanno la loro comparsa alcuni vasi, come le oinochoai geometriche a bocca larga dipinte e incise, indizi di contatti diretti o mediati con i Greci.

Le numerose testimonianze di tal tipo offrono all’archeologo la possibilità di ipotizzare l’esistenza di un equilibrio fra e le due comunità e in taluni casi anche di una sorta di sinecismo. Gli scambi tra i due popoli, dopo un’iniziale conflittualità, hanno determinato, tra l’VIII e VII sec, da parte degli indigeni, l’abbandono dei villaggi e la formazione di grandi agglomerati su alture dominanti le pianure e sui corsi d’acqua con una probabile interazione pacifica. Ci  sembra convincente la visione indigeno-centrica dello studioso E. Ciaceri e ipotizzare che l’incrocio delle due civiltà, l’autoctona e quella greca, abbia potuto contribuire a determinare quelle peculiarità d’ingegno e di carattere che fanno grande il popolo siciliano.


10 febbraio 2016



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Il progetto Kalhesa. Urbanistica e legalità

 

Urbanistica partecipata contro la mafia del cemento: l’esperienza del piano programma per il centro storico di Palermo nel libro Il Progetto Khalesa, dell’‘ architetto Giancarlo De Carlo.

 

Anita Mancini - Antonio Olmetti

Da www.unodueetre.it


Quando ci hanno chiesto di organizzare un incontro-dibattito sull’‘architettura partecipata per il comitato elettorale di Manuela Maliziola, non ci saremmo mai aspettati che potesse dare luogo ad un momento così intenso di discussione sull’‘urbanistica della nostra città in un clima così vivace e stimolante.

L’‘occasione è la pubblicazione ad opera di Edizioni di Storia e studi Sociali, a dieci anni dalla scomparsa del grande architetto italiano, di una nuova edizione del libro scritto da De Carlo nel 1995: Il progetto Kalhesa.
Va dato atto all’‘architetto Daniele Presutti dell’‘Università di Roma La Sapienza, di aver saputo trasmettere a tutti, con competenza e passione, la sua profonda conoscenza ed ammirazione per un maestro dell’‘architettura italiano che è stato un punto di riferimento per l’‘urbanistica e l’‘architettura internazionale e considerato il “padre” della progettazione partecipata.
Giancarlo De Carlo è figura “scomoda” nel panorama dell’‘architettura non solo italiana ma internazionale, che rompe con i principi “astratti” dell’‘International style e di Le Corbusier – soprattutto dell’‘urbanistica assoggettata ai deleteri criteri dello “zoning” - e fautore di un nuovo tipo di architettura attenta alle condizioni sociali e ambientali locali, in cui l’‘uomo non sia ridotto ad una figura astratta o un insieme di misure standard, che si definisce attraverso la partecipazione degli utenti nelle fasi di progettazione.
Quando il Royal Institute of British Architects gli conferisce la Royal Golden Medal nel 1993 la motivazione è “Non costruisce monumenti ma comunità”.
Il progetto Kalhesa rievoca l’esperienza di De Carlo in seno al “Comitato di consulenza dei quattro saggi” - insieme a GiuseppeSamonà, Umberto Di Cristina e Anna Maria Sciarra Borzì - incaricati di redigere il “Piano Programma” del centro storico di Palermo, dal 1978 - 1981. L’‘autore scrive con lo pseudonimo di IsmèGimdalcha parlando di una città di fantasia (Kalhesa è in realtà Palermo) e con un’‘ironia che conferisce al libro una cifra stilistica leggera e fruibile anche dai “non addetti ai lavori”.
A Palermo, quelli erano gli anni di Vito Ciancimino: il “piano programma” era semplicemente uno “studio” ed evitava al Comune di procedere alla redazione di un vero strumento urbanistico. Le regole vigenti nel centro storico restavano perciò quelle del piano regolatore del 1957, che fu funzionale al “sacco della città”, con la spinta all’‘edificazione massiva nelle periferie ed al progressivo svuotamento del centro storico.Dapprima fiducioso e, via via che il piano procedeva, sempre più disilluso,De Carlo ci fa capire che il “piano programma” si rivelò semplicemente un grande bluff che non interessava minimamente agli amministratori della città che volevano che le cose rimanessero esattamente come stavano, nella migliore tradizione dei “gattopardi”.
De Carlo racconta di un progetto urbanistico apparentemente grandioso, che ha coinvolto per quattro anni urbanisti, intellettuali, architetti, collaboratori, politici, funzionari e che non ha avuto alcuna conclusione. Non è la storia di Palermo, ma dell’‘Italia intera, in cui un potere prevaricatore (nel libro l’‘ “Organika”, la mafia) ha impedito qualsiasi politica di sviluppo dei territori.
Immediato, a questo punto, un parallelo con l’‘urbanistica di Ceccano.
Il piano regolatore di Ceccano viene approvato (in giunta Regionale) in data 7 aprile 1993. Il problema è che l’‘incarico per la redazione del prg era stato conferito alla fine degli anni Settanta. L’‘iter per l’‘approvazione ha richiestoben più del “progetto Kalhesa”: non quattro anni ma quasi quattordici. Quattordici anni in cui si è assistito ad un’‘edificazione “sostenuta” dallo “spettro” dell’‘imminente entrata in vigore di un vero strumento urbanistico.
Dal dopoguerra al 1993, di fatto, si è continuato ad operare, dunque, in assenza di una seria pianificazione urbanistica, e dal 1993 si è adottato un piano che riflettevaesigenze e numeri degli anni Settanta, e, per di più, impostato sullo zoning, cioè uno strumento di per sé anacronistico, e su una previsione di crescita degli abitanti che non verrà mai raggiunta. Il brutto è che quello strumento urbanistico ancora oggi, nel 2015 continua a dettare le regole per il cosiddetto governo del territorio.
La “recita” si ripete, sindaco Antonio Ciotoli, nel 2009. La Legge Regionale 38/99 impone ai Comuni l’‘adozione-aggiornamento degli strumenti urbanistici generali ed attuativi comunali (ora si chiamano PUGC e PUOC): in un incontro al Cinema Antares viene presentato il”Documento Preliminare di Indirizzo” che avrebbe dovuto contenere le linee guida del nuovo Piano Urbanistico Generale Comunale e dei Piani Urbanistici Operativi Comunali.In realtà non contiene molte delle indicazioni che i cittadini si aspettavano: niente sulla mobilità, sul Fiume Sacco, sul centro storico ecc. ma l’‘incontro tanto atteso c’‘è e questo basta.Da allora se ne sono perse le tracce. In compenso ancora prima della presentazione ufficiale (è bastato ventilare l’‘ipotesi di un imminente cambiamento delle regole)abbiamo assistito ad nuova corsa alla cementificazione ed al sorgere di nuovi insediamenti sempre più lontani dalla città, sia in termini urbanistici che di servizi. Il ritardo nell’‘adozione di un nuovo piano regolatore ha consentito, ancora una volta, di rifarsi alle indicazioni, del vecchio PRG,che ha consentito la realizzazione di una quantità enorme di metri cubi di cemento. La Regione emana la legge nel 99, nel 2009 viene presentato il Documento Preliminare di Indirizzo e poi? Poi niente: tutto rimane come prima. E’‘ evidente, come lo era Kalhesa - Palermo, che non si procederà mai al recupero del centro storico finché ci saranno condizioni per cui continuare ad edificare nelle zone periferiche della città sarà più conveniente.
A questa febbre cementificatoria viene dato un clamoroso “stop” durante il mandato del sindaco Manuela Maliziola, che insiste perché venga riaperto il dibattito sull’‘urbanistica e finalmente adottato un nuovo strumento urbanistico, sostenibile ed adeguato ai tempi. Sappiamo anche chenon è stato possibile, evidentementea causadi interessi che andavano in altre direzioni.
Le tante domande poste dalla platea riguardano la possibilità della reale partecipazione dei cittadinialla formazione del nuovo strumento urbanistico, il recupero del centro storico, non solo quale importante ereditàculturale ma come attivatore di processi di sviluppo economici virtuosi. Sui punti del programma politico, Manuela Maliziola, presente in sala, fornisce ampie delucidazioni, ma appare chiaro che il dibattito su urbanistica, architettura e partecipazione a Ceccano interessa e molto.
Ci riproponiamo di organizzare una nuova tavola rotonda in merito ad un importante processo di partecipazione che coinvolgerà non solo Ceccano ma un territorio ben più vasto e problematico: il Contratto di Fiume del bacino del Saccoz., perché costruire una comunitàè l’‘unica risposta ai problemi economici, sociali ed ambientali della Valle del Sacco.»


Domenica, 10 Maggio 2015

 

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La storia di Pio La Torre "Legislatore contro la mafia"

 

 

Una raccolta di atti e interventi parlamentari che illustra l’azione politica di un uomo che coglie, prima di altri, la specificità e la portata del fenomeno mafioso.


di Roberta Fuschi

Da livesicilia.it


CATANIA - “Pio La Torre, legislatore contro la mafia”. Il titolo del testo, presentato oggi pomeriggio nella libreria Catania Libri, tratteggia a pieno l’aspetto saliente della battaglia politica dell’ex segretario regionale del Pci: il metodo. Il libro, una raccolta di atti e interventi parlamentari, illustra l’azione politica di un uomo che coglie, prima di altri, la specificità e la portata del fenomeno mafioso. Come dice lo stesso curatore del libro, lo studioso Carlo Ruta: “La Torre capisce, con larghissimo anticipo, che la mafia era una questione nazionale che solo una concertazione di forze politiche poteva sconfiggere”. Il tratto saliente dell’azione politica di La Torre è la capacità di lottare frontalmente e senza sconti contro la mafia ricercando allo stesso tempo di tessere rapporti politici con forze diverse da quella comunista per raggiungere risultati concreti. “L’ex segretario del Pci viene ucciso proprio quando raggiunge questa unità di intenti con Pier Santi Mattarella, non a caso ucciso anche lui”.


Leggere oggi gli interventi parlamentari di La Torre non è cosa da poco. Come spiega l’assessore ai Saperi, Orazio Licandro, tra i relatori intervenuti durante presentazione del libro: “Si tratta di documenti che da un lato aiutano a comprendere il fenomeno mafioso in quel quadro politico nazionale e internazionale dell’epoca, dall’altro il metodo che Pio La Torre ci lascia in eredità”. E’ soprattutto il modus operandi del segretario comunista a consentire una lettura ampia del fenomeno mafioso di ieri, uno spunto utile anche nel presente. “Fu uno dei primi dirigenti politici a legare la questione mafiosa all’analisi della politica internazionale, - prosegue Licandro- mettendo insieme il caso Sindona, il rapimento Moro e i missili di Comiso all’interno di un quadro di equilibrio internazionale che gli consentiva una lettura unitaria”.


Una storia che ha bisogno di narratori che l’hanno vissuta. E’ il caso di un altro relatore della conferenza, “il continuatore ideale della politica di La Torre” come lo definisce Ruta. Si tratta di Nicola Cipolla, classe 1922, dirigente politico del Pci, ex parlamentare nazionale ed europeo e presidente del centro studi Cepes. “Il senatore”, come ancora lo chiamano, ripercorre anni di lotte, cha hanno fatto la storia di questa terra, che lo vedono al fianco di Pio La Torre. “Il mio fratello minore”, dice con voce commossa quando parla di lui. Con passione Cipolla ricorda le questioni legate alla politica agraria e alle lotte a fianco dei contadini per l’attuazione dei decreti Gullo, ma anche la curiosità che animava i due nel “comprendere come la mafia mutava: dal feudo alla città”.

Cipolla si toglie pure qualche sassolino dalla scarpa. “La Torre era di sinistra, nella lotta diComiso porta la Sicilia ad aprirsi a livello europeo”, dice in risposta a chi, all’epoca, bollava, nella foga del dibattito ideologico, come poco ortodosse alcune posizioni di La Torre. E, a fronte, di un passato glorioso non rimane che una considerazione amara e necessaria sul presente. Chi è in grado di raccogliere il testimone di La Torre? “Oggi non esiste una forza in grado di farsi carico dell’eredità politica dell’ex segretario regionale del Pci”, dice Ruta. Dello stesso parere l’assessore Licandro che dipinge un presente a tinte fosche. “Oggi non c’è niente di tutto questo, anzi. Si assiste a un appiattimento nella classe dirigente, non solo politica, sul fenomeno mafioso: molta retorica e molti luoghi comuni”, dice l’assessore che invita ad interrogarsi sulla trasformazione del fenomeno malavitoso sempre più legato “ai grandi capitali finanziari e al riciclaggio”. Su questi aspetti dovrebbe intervenire il legislatore moderno.


11 luglio 2014



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30 settembre 2013

 

Sul libro La mafia e lo Stato  di Macaluso

 

 

 

Il prof. Antonio Scaglione, figlio del giudice Pietro Scaglione, ucciso dalla mafia a Palermo il 5 maggio 1971, in merito agli argomenti esposti dal sen. Emanuele Macaluso nel libro La mafia e lo Stato, uscito nel gennaio 1972, e ripubblicato integralmente nell'ambito del testo dato alle stampe da Edizioni di storia, ha chiesto che vengano pubblicate in questa sede alcune note di chiarimento, e si aderisce alla richiesta, con la pubblicazione, qui di seguito, del testo pervenuto.

 


1) In sede giurisdizionale, è stato accertato che il dott. Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica di Palermo, svolse le funzioni giudiziarie “in modo assolutamente specchiato”, fu magistrato “dotato di eccezionale capacità professionale e di assoluta onestà morale”, “di indiscusse doti morali e professionali”, “estraneo all’ambiente della mafia ed anzi persecutore spietato di essa” e che “tutta la rigorosa verità é emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso”, sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alle sue amicizie e alla sua vita privata (così come si legge nella motivazione della sentenza 1 luglio 1975 n. 319 della Corte di appello di Genova, sezione I penale, passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione, pubblicata in Camera dei deputati, IX legislatura, Atti della Commissione parlamentare antimafia, Documenti, 1984, vol. IV, tomo 23, doc. 1132, pag. 729 ss.).

2) Quanto all’omicidio del procuratore Scaglione, l’autorità giudiziaria di Genova ha accertato che i possibili moventi del delitto sono, in ogni caso, da ricollegare all’attività doverosa e istituzionale svolta dal magistrato Scaglione. In particolare:

a) nel corso delle ventennali indagini relative all’omicidio del procuratore Scaglione “la ricerca di motivazioni o legami di carattere privato si è rivelata vana”, così come “nulla di sospetto o di equivoco emergeva dall’attento esame della pregressa attività giudiziaria svolta – in modo specchiato – dal defunto procuratore Scaglione (cfr. le deposizioni dei sostituti procuratori Rizzo, Coco, Puglisi, del maggiore dei Carabinieri Ricci e del capitano dei Carabinieri Russo, e, in epoca successiva, dello stesso superpentito della mafia Tommaso Buscetta)” (così come si legge in Tribunale di Genova, Ufficio del Giudice istruttore, sentenza-ordinanza, 16 gennaio 1991, proc. pen. n. 2144/71 R.G. e n. 692/71 R. G. G. I).
b) il Ministro della Giustizia, con decreto n. 3772 del 20 novembre 1991, previo parere favorevole del Consiglio Superiore della Magistratura e rapporto del Procuratore generale della Repubblica di Palermo, ha riconosciuto al defunto Procuratore della Repubblica Scaglione lo status di “magistrato, caduto vittima del dovere e della mafia, in Palermo, il 5 maggio 1971”.
3) Con riferimento al caso Liggio , sia il Consiglio Superiore della Magistratura, “dopo avere proceduto a rigorosa indagine”, in data 26 febbraio 1971, sia l’Autorità giudiziaria di Firenze, in data 16 febbraio 1971, “esclusero qualsiasi responsabilità in detta vicenda del Procuratore Scaglione, disponendo l’archiviazione degli atti”; peraltro, lo stesso Scaglione “diede la dimostrazione delle numerose iniziative prese in precedenza a carico dello stesso Liggio. Il Procuratore della Repubblica di Palermo [Scaglione, n. d. r.] aveva infatti proposto appello contro la sentenza della locale Corte di Assise, con la quale detto imputato era stato assolto dal delitto di omicidio premeditato in persona di Calogero Colaianni, e così pure avverso la sentenza del Tribunale di Palermo [del 23 febbraio 1965, n.d.r.] che aveva condannato il Leggio alla pena di anni uno, mesi cinque di reclusione per vari reati e assolto lo stesso dall’imputazione di associazione per delinquere. Il medesimo Procuratore della Repubblica aveva poi iniziato l’azione penale per tutti quei delitti dei quali il Leggio era stato successivamente assolto dalla Corte di Assise di Bari,[e, poi, condannato all’ergastolo, nel 1970, dalla Corte di Assise di appello di Bari, n.d.r.] ed inoltre si era in precedenza, e cioè nel 1968, attivamente adoperato per l’arresto del Leggio predetto, che era stato infatti, dopo diligenti ricerche, incarcerato”(così come si legge nella motivazione della sentenza 1 luglio 1975 n. 319 della Corte di appello di Genova, sezione I penale, passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione, vedi sopra).
4) Come risulta dagli atti giudiziari, non è rispondente al vero che il magistrato Pietro Scaglione si era “rifiutato di stanziare i fondi” per il recupero della salma del sindacalista Placido Rizzotto. Peraltro, proprio nel processo Rizzotto, il dott. Pietro Scaglione, all’epoca sostituto procuratore generale, richiese, in data 14 dicembre 1952, il rinvio a giudizio di Luciano Liggio e di altri imputati.
5) Tutte le notizie riportate nel libro in ordine all’attività giudiziaria del procuratore Scaglione in inchieste relative a “speculatori edilizi e uomini politici”, nonché al “processo Banco di Sicilia”, sono già state oggetto di specifico accertamento da parte dell'autorità giudiziaria e sono risultate mancanti del requisito “della verità e della obiettività”, “prive di fondamento e nettamente contraddette dalle risultanze di causa” (così come si legge nella sentenza della Corte appello Genova, citata sopra, al cui contenuto tutto si rinvia).
6) Il procuratore Scaglione fu molto attivo anche nei processi a carico dei politici e degli amministratori, come risulta dagli atti e come è testimoniato anche dal compianto giornalista Mario Francese (ucciso dalla mafia nel 1979): “Pietro Scaglione in quegli anni fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la “linea” Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculati o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici. Procedimenti di nuovo stampo, che cominciarono a destare sensazione nell’opinione pubblica, per la personalità degli incriminati... Il riacutizzarsi del fenomeno aveva indotto Scaglione ad intensificare la sua opera di bonifica sociale. Misure di prevenzione e procedimenti contro pubblici amministratori (vedasi quelli più recenti contro Salvo Lima, Vito Ciancimino, ex assessori comunali e provinciali) hanno caratterizzato l’ultimo periodo di attività del procuratore capo della Repubblica”. (cfr M. FRANCESE, Il giudice degli anni più caldi, in Il Giornale di Sicilia, 6 maggio 1971, p. 3).
7) In relazione agli articoli apparsi nel 1971 su L’Unità e riguardanti il procuratore Scaglione, lo stesso quotidiano riconobbe che “dalla sentenza del 1 luglio 1975 della Corte di Appello di Genova, sezione II, passata in giudicato si evince che il defunto Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Pietro Scaglione, svolse le sue funzioni con correttezza e imparzialità per cui i rilievi e le riserve riportate a suo tempo in merito al predetto magistrato [sul quotidiano L’Unità, ndr], non si sono rivelate veritiere e di ciò si da atto alla famiglia Scaglione ed a tutti i di lui congiunti” (cfr. L’Unità, 10 febbraio 1980, p. 4).
8) Anche le notizie contenute negli articoli dell’Avanti furono smentite dallo stesso quotidiano socialista che prese dunque atto della correttezza e dell’imparzialità del procuratore Scaglione e scrisse quanto segue: “Si precisa che, anche come risulta dalla sentenza del 1 luglio 1975 della Corte di Appello di Genova, sezione II, passata in giudicato,il defunto Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Pietro Scaglione, svolse le sue funzioni con correttezza e imparzialità per cui i rilievi e le riserve riportate a suo tempo in merito al predetto magistrato[sul quotidiano L’Avanti, ndr], non si sono rivelate veritiere e di ciò si da atto alla famiglia Scaglione ed a tutti i di lui congiunti” (L’Avanti, 9 novembre 1979, p. 2).
9) Il quotidiano L’Ora (citato nel libro) accolse con favore la nomina del procuratore Scaglione e scrisse quanto segue: “Il comm. dott. Pietro Scaglione,magistrato di cassazione, è stato nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. La notizia è stata accolta con vivo compiacimento e unanime consenso nell’ambiente giudiziario presso il quale l’alto magistrato gode di elevata considerazione. Il comm. Pietro Scaglione ha percorso quasi tutta la sua brillante e rapida carriera presso la Corte di appello di Palermo, dapprima come Pretore e,quindi, come Sostituto procuratore generale. Con tale grado sostenne l’accusa in numerosi e gravi processi intervenendo attivamente anche nella fase istruttoria: va ricordato –a proposito- l’elevato contributo che, in veste di accusatore il commendatore Scaglione dette alla istruzione del processo per l’assassinio di Salvatore Carnevale. Come si ricorderà in questo processo i responsabili furono immediatamente individuati e arrestati e, alcuni mesi or sono, sono stati condannati dalla Corte di assise di S. Maria Capua Vetere alla cui competenza il processo fu rimesso per legittimo sospetto. Promosso Magistrato di Cassazione il dott. Scaglione prestò la sua attività per qualche tempo presso la Corte Suprema in Roma. Rientrato a Palermo ha assunto la Presidenza della prima sezione della Corte di assise di appello, che ora lascia per assumere l’alto incarico al quale è stato chiamato. Al valoroso magistrato che assume la responsabilità di dirigere la Procura della Repubblica di Palermo in un momento di innegabile difficoltà, L’Ora invia i più vivi rallegramenti e cordiali auguri di buon lavoro” (in L’Ora, 18 febbraio 1962).
10) infine, per una più completa e obiettiva ricostruzione dei fatti e a positivo ulteriore conforto della figura del procuratore Scaglione, ci limitiamo a riportare, tra le tante, le seguenti dichiarazioni:
- Paolo Borsellino (magistrato, vittima della mafia e del dovere): “A partire dagli anni 70, la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino sospettati e calunniati. Accadde così con Scaglione. Accadde pure con Boris Giuliano” (cfr BORSELLINO, in L’Ora 2 febbraio 1987, p. 10, e in La Sicilia, 2 febbraio 1987, p. 1).
- Pietro Grasso (Presidente del Senato): Dopo l’uccisione del Procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, “circolarono certe voci per gettare ombre sulla sua attività: calunnie smentite dalle indagini successive. Scaglione aveva sempre tenuto un atteggiamento coerente e rigoroso nei confronti di una criminalità che allora era ancora difficilmente decifrabile come mafia” (cfr GRASSO, in LODATO-GRASSO, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa Nostra, Milano, Mondatori, 2001, p. 91).
- Luciano Violante (già Presidente della Camera dei deputati): “Dopo le assoluzioni del 1969, Liggio sentendosi di nuovo forte, decise nel 1971 l’uccisione del procuratore di Palermo Pietro Scaglione, che aveva chiesto il soggiorno obbligato per sua sorella e che aveva continuato ad indagare su di lui e sugli altri uomini di Cosa nostra a lui più vicini” (VIOLANTE, Il ciclo mafioso, Bari, Laterza, 2002, p. 62).