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Elenco dei primi titoli pubblicati. 


Il catalogo intero, con la descrizione 


di ogni opera, 


si trova in prima pagina

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Collana / Questioni attuali

 

 

 

Emanuele Macaluso, dirigente storico della sinistra italiana, propone un’analisi complessa della vicenda mafiosa, tesa a spiegare le relazioni dell’organizzazione criminale con il potere politico, dagli anni convulsi del feudo, nell’immediato dopoguerra, quando la mafia si scatenava contro il movimento contadino, alla seconda Repubblica: fino ai giorni nostri. Ne esce un’indagine ricca di sfaccettature, che offre chiavi di lettura coerenti su aspetti in ombra, discussi o poco considerati della questione mafiosa. Il libro comprende: il saggio La mafia e lo Stato, uscito nel gennaio 1972; alcuni interventi recenti; infine, rilasciata per questa pubblicazione, un’ampia intervista sui percorsi politico-criminali negli anni della seconda Repubblica. L’analisi del dirigente del Partito Comunista Italiano, che si è trovato a fronteggiare e a studiare i poteri politico-mafiosi da linee particolarmente esposte, è com-pletata quindi dai rilievi di un osservatore disincantato, non allineato a priori alle idee correnti, che non ha remore a proporre spiegazioni divergenti, si direbbe oggi «politicamente scorrette», su alcuni snodi fondamentali della vicenda repubblicana.




L’evoluzione della zona grigia nel Mezzogiorno d’Italia; il ruolo del crimine in colletto bianco nella crisi statunitense dei mutui subprime, da cui ha preso le mosse, nel 2008, una delle più grandi crisi della storia contemporanea; le sismicità mafiose del Mediterraneo; le porosità dei paesi dell’UE al crimine organizzato e in colletto bianco; l’opacità del trading algoritmico ad alta frequenza, che rischia di portare il crimine finanziario alla soglia del «delitto perfetto»; infine, la nuova geografia dei paradisi fiscali, all’insegna della flessibilità. Il criminologo Jean-François Gayraud e lo storico Jacques de Saint Victor passano al vaglio gli effetti perversi della deregulation. Mettono quindi in discussione alcuni paradigmi della criminologia del secolo scorso, rilevando che il crimine organizzato e il crimine in colletto bianco non si presentano necessariamente come sfere autonome, più o meno dialoganti, ma formano a determinati livelli un’unica realtà, che nell’attuale mondo globalizzato non manca di effetti sistemici. Da questa particolare prospettiva, essi si trovano a spiegare in definitiva un contesto criminale distinto, elitario e fortemente strutturato pure in senso organizzativo, che non sembra abbia ricevuto fino ad oggi una sufficiente attenzione in sede criminologica. È quel che i due studiosi chiamano «crimine organizzato in colletto bianco».










Emanuele Macaluso

La mafia e lo Stato

L’organizzazione criminale e la politica dalla prima alla seconda Repubblica

ISBN 978-88-908548-5-9

pp.160 – euro 14,00



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Jean-François Gayraud – Jacques de Saint Victor

I nuovi orizzonti del crimine organizzato

Colletti bianchi, affari criminali e mafie

pp.160, euro 14,00

ISBN 978-88-908548-4-2



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Collana / Questioni storiche




Alla sua uscita, il testo di Leopoldo Franchetti non suscitò molti entusiasmi nell’opinione pubblica. Giornali e notabili siciliani, in particolare, accusarono l’autore di pregiudizi contro l’isola. Ma l’intellettuale toscano ricordava che aveva portato a termine quell’impegno perché i siciliani potessero usufruire un giorno della pace civile di cui godevano altri italiani del continente. Le sue riflessioni sono divenute un punto di riferimento negli studi sul fenomeno mafioso, e tanto più oggi rivelano la loro lungimiranza. In un’epoca in cui le analisi di To-cqueville sulla democrazia americana appaiono indebolite dalle derive oligarchiche di questa nazione, la lucida analisi dello studioso italiano non sembra più in sintonia con un mondo soggetto a derive mafiose che appaiono inarrestabili? Da decenni si parla di «meri-dionalizzazione» del Nord, per sottolineare l’importanza crescente assunta dal «modello siciliano». In realtà, sembra proprio che ovunque valga la triste legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Se Tocqueville fu allora il profeta del secolo americano, Franchetti non fu, per certi versi, il profeta delle derive criminali del nostro tempo?




Giuseppe De Felice Giuffrida (1859-1920), noto come sindaco di Catania nel primo ventennio del XX secolo, scrisse Maffia e delinquenza in Sicilia in occasione del processo che si celebrò a Milano (1899-1900) per l’assassinio dell’ex direttore generale del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo. Fu quello il primo «assassinio eccellente» compiuto dalla mafia, segno della sua pericolosità e capacità di muoversi al di fuori degli ambiti territoriali e sociali in cui la tradizione la confinava. Il processo pose così per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale la questione mafiosa. Con una serie di articoli pubblicati sul quotidiano socialista «Avanti!» e poi raccolti in questo libro De Felice contribuì non solo alla controinformazione, sventando tentativi di insabbiamento delle prove, ma alla stessa incriminazione dei presunti colpevoli: il deputato Raffaele Palizzolo e il campiere Giuseppe Fontana, protetti da una spessa cortina di solidarietà nella Palermo di quegli anni.

Maffia e delinquenza è un esempio della capacità politica di contrastare la mafia, ma anche della qualità di un dirigente popolare, che la storiografia ha troppo spesso relegato al solo ruolo di amministratore locale.



1900, la mafia è in Parlamento. A Milano si celebra il processo per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex-sindaco di Palermo ed ex-direttore generale del Banco di Sicilia, ucciso a coltellate nel 1893, su un treno, lungo la tratta Palermo-Termini Imerese. Il mandante è Raffaele Palizzolo, deputato siciliano, mafioso e amico di mafiosi. La mafia diventa per un biennio una questione nazionale. Napoleone Colajanni, ex-garibaldino, mazziniano, parlamentare repubblicano, scrive a caldo un libro che intitola Nel Regno della Mafia, nel quale denunzia i depistaggi, le aderenze di Palizzolo, i legami tra mafia e politica, e chiama sul banco degli imputati lo Stato italiano, reo di aver legittimato la violenza mafiosa, facendone uno strumento
di lotta politica. Una lettura di parte, certo, tutta piegata sulla difesa della Sicilia e dei siciliani, ma che dopo oltre un secolo mantiene una grande attualità, poiché ci aiuta a capire perché la mafia è ormai vecchia quanto lo Stato italiano, oltre 150 anni, e perché nonostante i grandi risultati raggiunti dall’antimafia nell’ultimo ventennio, abbiamo a che fare con una questione criminale che è stata e resta una questione nazionale.

 

 

 

 

 

 


Leopoldo Franchetti

La Sicilia nel 1876 

Le condizioni politiche e amministrative

Introduzione di Jacques de Saint Victor

Postfazione di Jean-François Gayraud

pp. 328, euro 18,00

ISBN 978-88-908548-3-5



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Giuseppe De Felice Giuffrida

Maffia e delinquenza in Sicilia

A cura di Rosario Mangiameli

pp. 96, euro 12,00

ISBN 978-88-908548-7-3

Napoleone Colajanni

Nel Regno della Mafia

(Dai Borboni ai Sabaudi)

A cura di Gianluca Fulvetti

pp. 140, euro 14,00

ISBN 978-88-908548-9-7


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Collana / Mediterraneo e storia



I lavori geografici di Edrisi hanno goduto d’una fama meritata presso i geografi arabi posteriori che a quelli attinsero largamente, come ‘ibn sa’id, Abulfeda ed altri. In Europa il nuzhat non fu conosciuto che verso la fine del secolo decimosesto, nel compendio, o meglio estratto spoglio della parte descrittiva, stampato a Roma l’anno 1592 nella tipografia medicea e pubblicato in latino a Parigi nel 1619 dai maroniti Gabriele Sionita e Giovanni Hesronita, i quali per strano equivoco lo chiamarono Geographia Nubiensis. Una versione italiana di questo compendio fu fatta nel 1600 dall’illustre matematico urbinate Bernardino Bal-di, versione inedita il cui manoscritto si conserva nella biblioteca dell’Università di Montpellier. Sull’edizione medicea lavorarono in seguito il Conde per la Spagna, il Gregorio per la Sicilia, l’Hartmann per l’Affrica, il Rosenmüller per la Siria ed altri ancora. Amedeo Jaubert è stato il primo a far conoscere all’Europa l’intero trattato di Edrisi colla sua traduzione francese pubblicata nel «Recueil de voyages et de mémoires» stampato dalla Società geografica di Parigi.

Dal testo introduttivo di Celestino Schiaparelli





Edrisi

La Sicilia e il Mediterraneo nel Libro di Ruggero

A cura di Celestino Schiaparelli - Traduzione di Michele Amari

pp. 176, 37 tavv. b/n

ISBN 978-88-908-5481-1


             

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Negli orizzonti dell’ideale neoclassico, Jean Houel era molto attratto dalle antichità siciliane, che vedeva custodite come in un santuario. Scriveva: «Vi si trovano due anfiteatri, sei teatri, ventisei templi, di cui diversi ancora intatti e abbastanza ben conservati, tre monumenti trionfali, palazzi, mura di città, ponti, che rivelano ancora l’antica struttura muraria, serbatoi destinati alla raccolta dell’acqua, acquedotti, pozzi scavati nella roccia con comunicazioni sotterranee; altri pozzi di terracotta, bagni di diverse specie, tombe diversissime fra loro per forma, dimensione e fattura, scuderie antiche». Mettendo a frutto le proprie facoltà di pittore e architetto, egli concentrava quindi il maggiore impegno investigativo su tale terreno, attribuendo al rapporto testo-immagine un rilievo particolare, sul piano tecnico oltre che estetico. Offriva in questo modo materiali utili all’archeologia, che usciva intanto dal bozzolo dell’antiquaria. L’insieme del Voyage è tuttavia quello di una narrazione odeporica comples-sa, che ritrae con molta cura pure i caratteri e la vita sociale dell’isola. Il viaggiatore fran-cese si riprometteva di raccontare infatti una Sicilia più ampia di quella che era sta-ta annotata fino a quel momento dai visitatori nordeuropei. Per questo, soggiornò nell’isola per diversi anni, dal 1776 al 1779.

 





Jean Houel

Il viaggio in Sicilia. 

1776-1779

pp. 192 - 41 tavv. b/n

ISBN 978-88-908-5482-8


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Collana / Passato e presente

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Che cosa è la mafia di Gaetano Mosca, che inaugura la collana tascabile «Passato e presente» delle Edizioni di storia e studi sociali, occupa un posto importante nel panorama delle analisi sulla mafia che in Italia si sono succedute dagli anni sessanta del XIX secolo. Si tratta di uno scritto sintetico, ben strutturato, frutto di una conferenza tenuta dallo studioso a Milano nel 1900, quando nella Corte d’Assise di questa città si celebrava il processo per il delitto Notarbartolo.

Il sociologo, che con Wilfredo Pareto è stato tra i fondatori della scuola elitista, definisce i caratteri essenziali del fenomeno: lo spirito di mafia che permea la società siciliana; l’omertà, che consente agli ambienti mafiosi di prosperare; infine, la capacità delle cosche di costituire un potere reale e di relazionarsi in modo organico con i poteri costituiti e legali. Nel definire queste relazioni, Mosca parla quindi di una mafia «in guanti gialli», e, in particolare, «della protezione che individui delle classi superiori, qualche volta investiti del mandato politico … accordano alle cosche di mafia», allo scopo di consolidare il loro potere nello Stato e i propri patrimoni. Osserva lo storico Marcello Saija nell’introduzione: «Ecco delineato perfettamente il “terzo livello” che ha caratterizzato la storia dell’organizzazione criminale fino alla rivoluzione della droga. Questo tipo di relazioni sono state la norma fino a quando il sistema politico italiano ha visto la mafia come complice subalterna di partiti e correnti politiche»







Gaetano Mosca

Che cosa è la mafia

Introduzione di Marcello Saija

pp. 80


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Collana / Archivio storico


La strage del primo maggio 1947 non è stata perfetta, e imperfetti sono stati i delitti che ne sono conseguiti. Sin da subito sono emerse scoperture che hanno chiamato in causa ambienti politici e di Stato: esponenti monarchici e della Democrazia Cristiana, un potente magistrato di Palermo, comandi militari, alti uffici di Pubblica Sicurezza, perfino il Viminale di
Mario Scelba. Si è cercato di nascondere le tracce, di rimediare agli errori. Ma anche questo lavoro di «restauro» ha presentato scoperture importanti. Sono trascorsi oltre 65 anni, e il buio continua a dominare parti significative della scena, corroborato dal segreto di Stato che grava ancora sulla vicenda. Le testimonianze e i documenti usciti lungo i decenni, molti dei quali riportati e annotati in questo testo, confermano tuttavia che lungo il perimetro del caso Giuliano e di Portella della Ginestra si è consumato un vero e proprio intrigo di Stato, il primo della Repubblica.




L’affare Giuliano.

I documenti che rivelano il primo patto tra Stato e mafia nel tempo della Repubblica

A cura di Carlo Ruta

pp. 328

ISBN  978-88-9085-4804



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